La storia, le leggende, gli eventi, accaduti nella baia delle Due Sorelle e nella Grotta degli Schiavi

Oggi, nella baia approdano barconi carichi di turisti attratti da un luogo selvaggio ed unico, tra i più belli dell’Adriatico, con acqua limpida e cristallina; un tempo però non era tutto così splendido, perché molte erano le insidie in quel tratto di costa.

Il 14 Marzo 1962, tra gli scogli delle Due Sorelle avvenne una tragedia del mare: l’affondamento della nave da carico, battente bandiera libanese, Potho.

Bruno Bambozzi ne scrisse la storia nel 1997, in una piccola pubblicazione voluta dall’allora Sindaco di Sirolo, Leonardo Orazi, con il testo dell’intervista di Bambozzi a Cesare Barbadoro, detto Cesarì, eroe di quel drammatico naufragio.

La notte di quel fatidico 14 Marzo un terribile fortunale (con un vento che raggiungeva 100 Km all’ora e il mare forza 8), spinse un cargo di circa 8 mila tonnellate carico di legnami a schiantarsi contro gli scogli delle Due Sorelle, squarciandosi in due tronconi.

La storia ha dei lati poco chiari perché i soccorsi ufficiali, 15 volontari sirolesi e il vice brigadiere dei Carabinieri Alfredo Cavaliere, giunsero alla baia delle Due Sorelle dopo circa 24 ore dall’incidente: in quelle drammatiche ore precedenti, Cesare Barbadoro salvò alcuni di quei naufraghi tra le onde (alte 4-5 metri) che flagellavano la costa e la neve che cadeva abbondante, aiutato soltanto dal fratello Raimondo e dai nipoti.

I soccorritori portarono in salvo i superstiti attraverso il Passo del Lupo con 50 cm. di neve, 

ma la fine della storia segnò un drammatico bilancio con 10 marinai dispersi, periti in quel tratto di mare. Solo 11 furono i sopravissuti.

I due faraglioni, chiamati appunto le Due Sorelle, fanno da sentinella ad un luogo incantato, che ha alimentato leggende ancora ben vive nel ricordo delle popolazioni locali.

Poco distante dalle Due Sorelle, superata la spiaggia dei Gabbiani, in direzione di Portonovo, un tempo non troppo lontano, c’era una grotta chiamata Grotta degli Schiavi,

un toponimo ancora oggi segnato in tutte le carte, benché questa grotta non esiste più.

I Barbareschi, ovvero i Turchi di fede mussulmana, e gli Usocchi, di fede cristiana - questi ultimi provenienti dalla Dalmazia - erano i corsari che imperversavano lungo le coste del mare Adriatico. Rapivano gli abitanti della costa per chiederne il riscatto persino a intere comunità.

Sulla costa del monte Conero, dove oggi sono visibili le vestigia del molo Davanzali, c’era una grande grotta, profonda circa 20 metri e larga 70.

La cavità naturale sembra che avesse due accessi, ma le versioni sono contrastanti. La grotta prese il nome “ degli Schiavi " perché - leggenda o realtà che sia - si narra che i corsari la utilizzavano quale rifugio al cui interno tenevano nascosti, oltre ai bottini, frutto delle loro scorribande, anche i prigionieri che venivano ammassati nella cavità prima di essere trasportati nelle roccaforti dei corsari. Non sappiamo se tutto ciò corrisponda a verità, ma molti anziani pescatori del posto ricordano di avere visto da bambini, nell'interno della grotta, tracce superstiti di vecchie catene e anelli di ferro logorati dal tempo. I ferri sarebbero serviti ai corsari per incatenare i prigionieri. Intorno agli anni 30', lo sviluppo smisurato dell'attività estrattiva e gli eventi sismici fecero crollare la volta della grotta, ostruendone l'entrata per “sempre“.

Molte sono state le leggende che hanno accompagnato il binomio scogli delle Due Sorelle e Grotta degli Schiavi: la più singolare è certo quella che racconta di una Sirena, che attirava con il suo canto seducente i marinai all'interno della grotta, dove poi i poveretti venivano imprigionati. Alleato della perfida Sirena era un Demone marino, che un giorno, a causa delle sue malefatte, per punizione estrema fu trasformato in pietra e diviso in due, dando così origine ai due faraglioni, chiamati poi Due Sorelle.

Un’altra storia narra invece che le urla che si udivano provenire dall'interno della grotta, soprattutto quando il mare era in tempesta, erano di una bellissima principessa tenuta segregata dai pirati.

Leggende a parte, abbiamo cercato di conoscere la vera storia della Grotta degli Schiavi anche tramite il ritaglio di una pagina di un vecchio libro, con la speranza che le note bibliografiche siano esatte al il fine di conoscerne la provenienza originale.

Si tratta del volume III del “Dizionario corografico dell’Italia”, una collana di otto volumi scritti dal prof. Amato Amati (1831-1904) con il concorso dei sindaci, delle rappresentanze provinciali e di insigni geografi e storici, ed edito da Vallardi – Milano, presumibilmente nell’anno 1868. Alla voce Conero troviamo forse uno degli scritti più interessanti che riguardano il luogo: ne riportiamo integralmente il testo.

<<CONERO, CONARO o COMERO: chiamasi con questo nome un promontorio di figura tondeggiante, che sporge dall’Adriatico, 11 chilometri a scirocco da Ancona e 110 circa a levante dalla curvatura che lo stesso mare forma nei lidi di Ravenna e Cervia. Questo promontorio dista dalla Premuda, che è l’isola dalmatina più vicina all’Italia, 116 chilometri, da Zara 140, dalla Testa del Gargano in linea retta 270. Sulle ultime radici del monte Conero è fabbricata la città di Ancona.Da qui la corrente litorale, di cui si è parlato all’articolo Adriatico, e che sulle coste dell’Istria è rallentata da molti ostacoli di isole e di scogli, comincia ad essere velocissima.Ai piedi del Conero verso borea esiste la grotta chiamata degli Schiavi. In questa grotta, che sembra sia stata formata dall’urto delle acque che rompono contro il macigno, si entra per mezzo di una piccola barca. Essa ha i fianchi squarciati, entro i quali vi scende un torrente di luce, che da agio al visitatore di poterla osservare in ogni sua parte. Ciò che vi ha di mirabile è la caduta dall’alto di una limpidissima acqua, la quale raccogliesi in una rozza pietra concava. Vuolsi che le sia stato dato il nome che porta da alcuni schiavi che in essa furono depositati dai Turchi nell’occasione di un combattimento marittimo.>>

Un altro insigne personaggio, l’ingegner Francesco De Bosis, socio di varie illustri accademie italiane, pubblica nel Novembre del 1861 una ricerca sulla Grotta degli Schiavi.

Per scoprire l’origine del nome Grotta degli Schiavi, scrive il de Bosis: invano ho consultato le patrie memorie, ma alla luce di alcuni avvenimenti, riuscii ugualmente a ritenere che fosse un asilo per le galere dei barbari, i quali venivano a depredare i centri abitati delle nostre coste.

Scrive poi il De Bosis che la grotta aveva due ingressi, il primo rivolto ad oriente e l’altro, il principale, rivolto a settentrione: da quest’ultimo si poteva accedere tramite una piccola imbarcazione e proseguire per un buon tratto, fino ad arrivare là dove l’acqua era più bassa e così scendere in mezzo alla ghiaia ed ai ciottoli, di fatto su una piccola spiaggia.

Il De Bosis prosegue la descrizione della grotta scrivendo che: la sua lunghezza ascende a circa 70 metri. Il primo tratto, che dirò dell’ingresso principale, è bagnato dal mare per oltre 20   metri. Segue una vasta sala, dove mette ancora il secondo ingresso; ha il suolo coperto di ghiaia di ciottoli, e sparso di massi, le pareti irregolari scabre e piene di prominenze, la volta maestosa ed ineguale, dalla quale stilla acqua goccia a goccia.

In fondo alla sala la volta si abbassa, le pareti si avvicinano, il suolo a mano a mano s’innalza, la direzione serpeggia, e così le dimensioni si fanno sempre più anguste fino al termine.

Il De Bosis prosegue il suo racconto affrontando argomentazioni geologiche e paleontologiche e lo termina citando “Il Piceno”, un giornale Anconitano che, in un numero uscito il 25 Aprile del 1859, riferiva di una profonda e lunga caverna sul promontorio del Conero ricolma dalle acque del mare e, concludeva, dopo la vaga descrizione, che sarebbe stato necessario acquistarne precisi ragguagli, mentre riuscirebbero meritevoli d’essere pubblicati.

Cosa che l’ingegnere Francesco De Bosis ha fatto dopo essersi recato in barca in quel tratto di costa per esplorare la Grotta degli Schiavi.

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