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L’ex Convento dei Camaldolesi, San
Pietro al Conero e l’eremo di San Benedetto
Dall’ex Convento dei
Camaldolesi, proseguite sul lato mare del convento tramite quel piccolo e
conosciuto sentiero fino ad arrivare ad un bivio.
Procedendo sulla destra
lungo il sentiero n.1, proseguirete per Belvedere sud, Grotta del Mortarolo,
Passo del Lupo ecc. ecc., mentre, nella deviazione a gomito sulla sinistra,
un sentiero si immerge nella riserva integrale, ma è praticamente vietato
transitarvi.
Lo storico sentiero
conduce fino alla Grotta dell’Abate, o Romitorio di San Benedetto,
posizionata a quota 300 metri sul versante est del monte: testimonia come il
Conero offrì negli anni ospitalità ad eremiti e monaci di diversi istituti
religiosi.
Ma il divieto di transito
non ci può impedire di raccontare almeno brevemente, la storia della chiesa
di San Pietro al Conero e dell’eremo di San Benedetto.
Nel medioevo il monte
Conero era stato prescelto da molti santi uomini che sentivano il bisogno di
condurre la propria esistenza in piena solitudine; gli eremiti, vivevano
cibandosi di bacche e radici e dimoravano in grotte naturali o appositamente
scavate nelle rocce: i cosiddetti romitori. Costoro non appartenevano a
nessun ordine religioso e amavano vivere a stretto contatto con la natura,
in silenzio, solitudine e meditazione, lontani dalle passioni e dalle
tentazioni umane; solo in seguito i monaci Benedettini si recarono sul monte
per dare vita a delle vere e proprie comunità religiose.
Da fonti storiche
attendibili, sembra che il romitorio esistesse già prima dell’XI secolo,
epoca alla quale si fa risalire la costruzione della Badìa di San Pietro
Nei primi anni del Mille due
ricche abbazie erano presenti sul monte: una verso la cima, a quota 470
metri, alla quale era unita la chiesa di San Pietro, l’altra situata a metà
monte, intorno a quota 300 metri, dedicata a San Benedetto, oggi
completamente scomparsa; ne restano solo alcuni ruderi e dei muretti a secco
sui quali forse sorgevano la chiesa e l’annessa casa.
Il complesso sorgeva vicino
ad una grotta (con altare e sedili in pietra) chiamata Grotta di San
Benedetto o Grotta dell’Abate.
Da un atto, datato 8 aprile
1037, si apprende che i Conti Cortesi Signori del Castello di Sirolo
donarono all’Abate Guizemone la chiesa sulla vetta del monte per istituirvi
un monastero: dunque, anche se nessun documento ricorda una sua più antica
fondazione, la chiesa di San Pietro esisteva già prima del 1037 e,
sembrerebbe ormai certo, venne edificata nei primi anni del Mille.
Per costruire la chiesa di
San Pietro, furono usate le pietre ricavate dal monte: a questo si deve il
suo candore, poiché la pietra del Conero è molto simile alla rinomata pietra
d’Istria.
Il tempio è diviso in tre
navate, con un’abside in fondo alla navata centrale; l’assenza di
decorazioni all’interno, come all’esterno, lo rendono particolare nel suo
bianco candore e nella suggestiva collocazione.
Vicino alla chiesa, i
frati Benedettini vivevano in modeste celle e la loro semplice vita era
basata sulla preghiera e sui lavori agricoli; vivevano anche di elemosina e
in armonia con tutti. Nel 1203 l’eremo fu ampliato e vennero costruiti dei
chiostri e nella chiesa furono eseguiti dei lavori di abbellimento.
Poi, nel 1223 furono
eseguiti degli altri lavori e nella cripta vennero installati sei pilastri
ed otto colonne, di materiali, molto probabilmente, recuperati da qualche
loggiato o portico di un cortile.
I capitelli della cripta,
ricchi di bassorilievi, riproducono motivi tratti dal mondo vegetale ed
animale, probabilmente attinti da tutto quello che l’ignoto scultore vedeva
attorno a sé; ma la nota caratteristica del tempio è nei magnifici
capitelli, che addobbano le colonne della chiesa, e nell’eleganza dei loro
disegni, tutti diversi l’uno dall’altro.
Dai fregi dei capitelli
delle quattro colonne, tre derivano i loro motivi dal mondo vegetale, mentre
il quarto rappresenta paurose figure, quali mostri deformi con corpi di
serpente attorcigliati l’uno all’altro, musi orecchiuti con occhi bucati e
bocche enormi, ali di pipistrelli innestati a corpi ritorti: figure queste
tipiche dell’epoca medioevale.
I Benedettini vissero sul
Conero in armonia con l’ambiente circostante e praticando molta preghiera
per altri 300 anni, ma il loro numero era sempre in calo, ed iniziò così
un’inesorabile decadenza di tutto il complesso: il suo culmine avvenne
nell’anno 1514 e nel 1518 ai Benedettini subentrarono i Gonzaghiani che
presero possesso della chiesa di San Pietro e dell’eremo, mentre i
Camaldolesi occuparono le grotte di San Benedetto e, nel 1521, l’omonima
chiesa.
A quel punto iniziarono i
dissidi tra le due componenti religiose, perché i Gonzaghiani non vedevano
affatto di buon occhio fiorire il nuovo ordine religioso ed, approfittandosi
della loro posizione strategica, compivano dei veri e propri “attentati”:
accumulavano grossi massi per farli poi rotolare in direzione del chiostro e
sopra le celle dei poveri Camaldolesi che, ovviamente spaventati, erano
costretti a rifugiarsi all’interno del bosco.
Le contese tra le due
famiglie eremitiche terminarono nel 1558 quando un incendio bruciò
completamente i tetti della chiesa di San Pietro e dei locali attigui e, a
causa dell’eccessivo calore, si sgretolarono anche le parti in muratura
esterne della chiesa.
Fu così che i Gonzaghiani,
loro malgrado, furono costretti ad abbandonare l’eremo di San Pietro, che
assieme a quello di San Benedetto fu affidato ai Camaldolesi che iniziarono
l’opera di recupero di quello che rimaneva della struttura incendiata.
I Camaldolesi rimasero sul Conero fino
all’epoca delle soppressioni: il loro definitivo abbandono avvenne nel 1860.
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