Quel maledetto cunicolo nelle viscere del Monte Conero

Un romanzo di Aldo Forlani

Illustrazioni di Francesca Scarponi

Ogni riferimento a fatti o persone che eventualmente si riconoscessero nelle descrizioni è puramente casuale

Realizzazione editoriale: Grafiche Scarponi Osimo (An)

Revisione dei testi curata dalla Dott.ssa Nicla Ranieri

Capitolo 1 - Il viaggio in Nepal

Capitolo 2 - Ritrovo Simone

Capitolo 3 - L’ispezione

Capitolo 4 - La tragedia

Premessa

Il racconto, frutto puramente di fantasia, trae all’inizio uno dei suoi spunti da due viaggi realmente compiuti dal sottoscritto in Nepal.

Durante tali viaggi ho avuto modo di conoscere persone di ogni sorta e di parlare con queste di tantissimi argomenti, dei quali uno più degli altri suscitò il mio interesse…

Dopo aver girovagato per il mondo, alla ricerca di novità esclusive da fotografare e da raccontare, e aver visitato l’affascinante Napoli sotterranea, ed esserne rimasto incantato, prevalse su di me l’amore per la mia città e il desiderio di conoscere il suo mondo ipogeo.

Questo nuovo interesse mi assorbì completamente: la mia innata curiosità mi spingeva a scoprire quale realtà si celasse nel sottosuolo di Ancona.

Ero determinato a conoscere quel misterioso mondo, scarsamente documentato su carte e ancor meno da fotografie, che è presente sotto ogni centro abitato.

Così nel settembre del 1995, ne parlai con la redazione di un quotidiano della mia città e, dopo aver ottenuto tutti i permessi necessari per l’”impresa”, iniziai e conclusi un lavoro al limite della fattibilità.

Accompagnato spesso dallo speleologo, e caro amico, Andrea Gagliardini (al quale avevo chiesto la collaborazione) e da mio figlio Luca, mi tuffai in questa nuova avventura.

Il primo complesso ipogeo visitato fu quello di Ancona – Partii dalle viscere della Cittadella e poi, via via, percorsi tutta la città, dal Viale della Vittoria, a Via Trento, Piazza Cavour, Piazza Stamira, Corso Mazzini, fino all’ultima meraviglia: i sotterranei di Monte Cappuccini.

Non mi accontentai di Ancona, esplorai anche Osimo, Sirolo, Camerano, Castel d’Emilio, Camerata Picena ed altri centri minori.

Eseguii tale lavoro solo dopo aver percorso e catalogato, già vent’anni prima, tutti gli ipogei del Conero.

Ispezionai anche gli ipogei meno conosciuti, quali il Fosso della Tomba e il Buco del Diavolo, ma mai mi addentrai in nessuna zona vietata, mai in nessuna zona militare, come si fa menzione nel racconto.

                                                     Aldo Forlani

 

 Quel maledetto cunicolo nelle viscere del Monte Conero

Prima parte

Il viaggio in Nepal

Il mio lavoro di fotografo e giornalista free lance mi ha sempre portato nei posti più strani del Mondo alla ricerca di scoop giornalistici: dall’Islanda all’Etiopia, dallo Yemen alla Cina. Ma un viaggio in Nepal e l’incontro casuale con una persona, che faceva in parte il mio stesso lavoro, hanno condizionato la mia esistenza: trascorsi 15 anni da quell’incontro la mia vita è cambiata completamente e tragicamente e, mio malgrado ho scoperto con sorpresa che a volte è possibile trovare certe realtà anche sotto casa senza la necessità di percorrere migliaia di km. per cercarle.

La storia inizia da quel viaggio intrapreso dietro la spinta dell’interesse che avevo di documentare i riti religiosi che in quel paese sono la base fondamentale della vita di tutti i giorni.

Anche la possibilità di fare trekking ed ammirare le cime più alte del mondo mi interessava. Così il mattino del 9 Marzo del 1983, stravolto dal viaggio, ero già a Katmandu.

 Appena arrivato, mi dirigo fuori dall’ aeroporto, dove mi ritrovo circondato da un centinaio  di ragazzini, che letteralmente mi assalgono per convincermi a scegliere l’albergo da loro indicato, perché (più) pulito e meno caro degli altri. So dove andare. Arrivo in taxi all'hotel “Annapurna guest house”, proprio vicino al nuovo palazzo Reale.

Dopo due giorni a Katmandu, vengo a sapere da un nepalese, Shrestha, proprietario di un negozio di tanka, nel quartiere di Makhan Tole, che nel tempio della Dea Kali il giorno seguente sarebbero stati sacrificati centinaia di animali. Accompagnato da Shrestha, alle prime luci dell'alba parto per Dakshinkali che, da Katmandu dista circa 25 Km.

Arrivati sul posto vedo il famoso tempio fortificato, situato in una piccola valle, nascosto da tre colline. Il tempio è dedicato alla terribile dea Kali, che esige dei regolari sacrifici, che si compiono il martedì in grande stile ed il sabato, con l’offerta alla Dea del sangue di polli, capre ed anatre. Centinaia di persone con la tipica calma orientale, recano in mano una scodella contenente riso e petali di fiori, con una capra al cappio, o con un pollo sotto braccio, fanno la fila, gli uomini da una parte e le donne dall'altra, in direzione del tempio all'aperto.

Con fatica arrivo davanti al tempio, dove si presenta davanti ai miei occhi un orribile spettacolo: un lago di sangue ricopre il pavimento del tempio e davanti a tutti ci sono i “macellai", coloro che a ripetizione sgozzano gli animali dirigendo lo zampillo di sangue verso l'immagine di Kali.

Alle loro spalle, in un’ eccitazione collettiva, i fedeli raccolgono in un recipiente quella “linfa” che sgorga dagli animali decapitati, successivamente cospargono il sangue su delle foglie, che vengono deposte su un braciere ardente situato al centro del tempio. I nepalesi non ammazzano gli animali, solo la casta degli “intoccabili“ può farlo.

Poco distante dal tempio, si trova un fiume dove gli animali uccisi vengono squartati e lavati nelle sue putride acque, per essere poi bolliti dentro dei rudimentali pentoloni. Tutto attorno è “festa”, nessuno fa caso ai terribili odori che avvolgono l'ambiente.

Dopo aver vissuto questa incredibile esperienza, torno a Katmandu. Bevo una birra in compagnia di Shrestha e mi separo da lui che torna al negozio lasciato in custodia per mezza rupia a testa, a dei piccoli, intraprendenti bambini nepalesi.

Dopo alcuni giorni di permanenza, decido di andare a visitare lo Stupa di Swayambhunath, che sovrasta da una collina la valle di Katmandu. Il monumento costruito 2.000 anni dopo la nascita di Buddha, è il tempio più antico della valle e simboleggia l'universo coessenziato di Buddha.

Nel grande complesso di Swayambhunath, oltre allo Stupa con gli occhi di Buddha che vigilano misericordiosi sulla valle, al di sopra della semisfera simboleggiante il "Garbha" - punto focale della creazione, cioè la "Matrice" c'è il Monastero, costruito secondo criteri occidentali e residenza dei monaci. Cercando di non essere inopportuno, mi avvicino a quel luogo con profondo rispetto. Un monaco mi invita ad assistere alla funzione in corso, mi tolgo le scarpe ed entro. Capisco ben poco di quello che sta accadendo, ma i canti ed i suoni mi infondono una calma e una serenità tali da farmi pensare che quella era una delle esperienze più interessanti della mia vita.

Il giorno successivo vado a Patan, anticamente denominata "Latipur", cioè città della bellezza, urbanisticamente congiunta con Katmandu, ma divisa dalla capitale dal fiume Bagmati. E' un città prevalentemente buddista e possiede nel suo insediamento urbano un imponente complesso di palazzi, pagode e santuari. Qui la gente è diversa, più cordiale, ed il caffè (praticamente imbevibile in tutto il Nepal) è talmente buono che assomiglia a quello che si beve nei bar della stazione Vittoria, a Londra. In questa città tutte le strutture sono interessanti. Assolutamente da vedere è il tempio di "Krisbna Mandir" con i suoi bellissimi bassorilievi. Il tempio di "Mahabuddha", invece soffocato da palazzi di recente costruzione, presenta su ogni mattone di terra cotta l'immagine di Buddha (non ha caso viene chiamato "il tempio dei mille Buddha"). In piena Darbar Square, costruito nel XVI secolo si trova il tempio di "Degutala", luogo in cui si incontra spesso una massa di turisti occidentali che osservano le tante scene erotiche raffigurate nelle travi.

La sera rimango a cena nell'abitazione della mia guida, considerato dai suoi genitori un ospite illustre (forse perché la mancia al piccolo era stata consistente); non posso di certo rifiutare il cibo che mi viene offerto: per il mio intestino sono guai. Dopo due giorni di assoluto riposo nella mia “camera” d'albergo, non ancora completamente in forma, stanco di spostarmi con i taxi a tre ruote, o con i bus sempre affollatissimi, decido di partire per Pokhara. Il mattino seguente alle 6.30 sono già a bordo di un bus molto variopinto e pieno di scritte e pennacchi colorati (una caratteristica comune a tutti i bus indiani e nepalesi); i finestrini sono rotti, ma è di ottima qualità ed in più è "espresso", come scritto sulle fiancate del mezzo.

Lungo il percorso ogni curva è un'incognita e noi viaggiatori, seppur di razze e fedi diverse e con diversi scopi di viaggio, ci sentiamo uniti da un senso di fratellanza tipica dei frati francescani. Anche il paesaggio, stupendo, passa in secondo piano rispetto alla vista delle carcasse delle auto e dei bus, simili al nostro, precipitati lungo le scarpate ai bordi della strada. Duecento Km. di curve a gomito e buche terribili. Dopo otto ore di viaggio il bus finalmente arriva a destinazione e, prima ancora di cercare un albergo, vado a chiedere se per il ritorno c'è la possibilità di prendere un aereo; quando vedo l'aereo, però, penso che in fondo sia meglio rischiare con il bus e dunque stravolto mi trascino verso il primo albergo che vedo. Logicamente è il più caro di Pokhara ma anche il più pulito: nella camera c'è persino la doccia con acqua calda. Dopo giorni il mio corpo riscopre il significato della parola igiene. L'albergo, gestito da una ragazza tedesca che ha sposato un nepalese, si trova sulla riva del lago di Pokhara e la sua struttura è decisamente occidentale: non sembra affatto di soggiornare in un albergo nepalese, se non fosse per le piante di marijuana che crescono rigogliose nel giardino. Il cognato della ragazza tedesca, "Jogi" - un ex attivista dell'estrema sinistra nepalese, che nel 1991 aveva vinto le prime elezioni libere in Nepal - è proprietario di una grande agenzia di trekking. Lo convinco ad organizzare assieme ad altri tre turisti un percorso in direzione di un villaggio in alta montagna. Un mattino, armati di tanta voglia di camminare, partiamo, ammassati con altri ospiti (dieci persone più l'autista) in una Land Rover semidistrutta. Dopo un tragitto di due ore attraverso sentieri, fiumi e tante buche, arrivati ai piedi di una montagna scendiamo per proseguire a piedi. Con noi c'è anche un ragazzo; scopriamo che è un altro fratello di Jogi, e che si è offerto di portare gli zaini: non è di certo un nuovo sherpa, ma ne ha tutte le caratteristiche. Magrissimo, con il mio walkman sempre acceso, una grande borsa in mano e due zaini sulle spalle, va spedito come un treno e noi facciamo una fatica terribile a stargli dietro. Ogni tanto lo fermo con scuse banali per prendere fiato; lui, invece, mi chiede sigarette e, fumando, prosegue senza problemi.

Il tragitto è stupendo. Percorriamo sentieri millenari attraverso delle meravigliose coltivazioni a gradoni e, tra una sosta ed un'altra impieghiamo circa cinque ore per coprire il percorso.

Nel pomeriggio arriviamo in un villaggio chiamato, mi sembra, "Naudanda". Da qui si ha la

sensazione di poter toccare con le mani la catena Himalayana, dove in primo piano, spicca il "Maccha Pukhar". Siamo praticamente arrivati a destinazione, ma non è consigliabile proseguire senza l'attrezzatura adeguata.

Raggiungo l'unico rifugio del posto, una costruzione con il tetto di ardesia e all'interno provvista di alcuni letti di legno e una cucina di terracotta con intorno dei tavoli nel piano sottostante, era l'ideale, perché mi ero messo in testa di rimanere in quel luogo per alcuni giorni.

Il mattino successivo dopo una frugale colazione mi siedo ai bordi di una strada per osservare coloro che dopo una dura marcia forzata; arrivano dalla valle sottostante. Sono in gran parte turisti occidentali che come me amano le montagne e quella stupenda realtà della vita quotidiana nepalese.

Tra loro noto un tipo un po’ strano, un uomo poco più che trentenne con una macchina fotografica al collo, il quale scatta un’infinità di foto a tutti.

Si capisce chiaramente che non conosce l’inglese, ma si arrangia bene e si fa capire facilmente: è un italiano. Mi passa vicino e lo saluto, lui risponde senza considerarmi troppo e seguita il suo cammino dirigendosi verso l’interno dell’abitato.

Dopo circa un’ora torna arrabbiato perché non ha trovato neppure una topaia per passare la notte; mi chiede se conosco un rifugio o un albergo ed io lo accompagno alla locanda dove ho trascorso la notte.

Alla vista della camera comune con i letti di legno e con il secchio d’acqua posto al centro della stanza, non si stupisce e dice: <<molto bene è quello che ci voleva>>.

Ero convinto che alla vista della camera si fosse messo a piangere, come d’altronde stavo

per fare io, mentre lui sembrava proprio soddisfatto, perché molto probabilmente aveva dormito in luoghi molto più angusti. Sistemato il bagaglio, cioè chiuso lo zaino con un grosso lucchetto, si butta sul letto e si addormenta quasi immediatamente.

Nel primo pomeriggio ci troviamo assieme agli altri ospiti in una stanza del rifugio adibita a ristorante, oltre che a fumeria; noto subito che il nuovo ospite non accetta di buon grado la compagnia dei fricchettoni e si siede in disparte, ordina da mangiare un’infinità di portate e le divora tutte, poi chiede un caffè raccomandandosi di aggiungere poca acqua alla dose di caffè in polvere, per farlo così divenire più forte.

Mi nota e mi offre un caffè, lo ringrazio e mi siedo al suo tavolo ed iniziamo a parlare.

Mi chiede da dove vengo e come mi chiamo; io gli rispondo che mi chiamo Mario, che vengo da Milano e sono in viaggio da solo da circa 20 giorni.

<<E tu >> gli chiedo? <<Chi sei e da dove vieni? >> Il tipo risponde: <<Mi chiamo Simone e vengo da Ancona e sono circa 25 giorni che sono in viaggio da solo.>>

Io gli chiedo:

<<Ma Ancona sta nelle Marche?>>

Lui mi risponde scherzando:

<<No in Veneto! Ma possibile che voi milanesi conoscete solo Bergamo e i laghi?

Ancona è un posto incantevole ed è il Capoluogo delle Marche. Le nostre spiagge hanno l’acqua cristallina e, in un’ora e trenta minuti d’auto, arriviamo fino ai Monti Sibillini e, in quaranta minuti fino alla Gola della Rossa e a quella di Frasassi; in più abbiamo il Monte Conero le cui spiagge ospitano molti turisti, che anno dopo anno ritornano.>>

Si però gli dico:

<<So bene che alle spalle della spiaggia, lungo costa, c’è la ferrovia e non è che sia molto confortevole trascorrere una vacanza con una linea ferroviaria alle spalle.>>

Lui mi risponde:

<<Sul Conero non ci passa di certo il treno e la ferrovia costeggia il litorale fino ad Ancona, e riprende il transito lungo la costa solo a Porto Recanati.>>

Poi mi racconta che il Conero è un monte di circa 572 metri di altezza somigliante ad una balena emersa dalle onde del mare verde e cristallino. Un territorio, quello del Conero, che racchiude in sé non solo rilevanti testimonianze storiche-culturali, ma soprattutto naturalistiche, tanto da risultare la più grande formazione di macchia mediterranea presente lungo la costa da Trieste fino al Gargano, un’oasi naturalistica che è stata preservata oltre dalle realtà degli abitanti del luogo, anche dalle battaglie degli ambientalisti.

Simone racconta ed io lo ascolto, mi invade e non mi fa dire una parola e nel modo in cui si esprime, si intuisce chiaramente che è un’ambientalista di quelli tosti, per capirci di quelli che non ti porgono l’altra guancia.

Questo mi dà fastidio non solo perché provengo da una famiglia di cacciatori, ma anche perché in Italia in quegli anni stava nascendo un forte movimento ambientalista che si proponeva di fare politica nelle sedi istituzionali e io non volevo avere niente a che fare con quei “personaggi”.

Così gli dico:

<<Scusa ma ora ti lascio perché ho un appuntamento, se mai ci vediamo a cena.>>

Lui mi risponde:

<<Certo Mario, ma non ti allontanare troppo perché il villaggio termina 100 metri a nord, 70 a sud, 30 ad ovest e 20 ad est e non vorrei che ti perdessi tra la folla>>

Simone fa lo spiritoso e questo mi irrita, perciò lo saluto e me ne vado a fare un giro nelle vie del villaggio.

Poco dopo esco dal paese, percorro una strada per circa 500 metri, ed arrivo ad una sbarra di canna di bambù sorvegliata da un poliziotto, che mi chiede il permesso per superarla; mostro il permesso, precedentemente richiesto a Kathmandu (un permesso che serve per uscire dalla valle e fare trekking), e, subito dopo noto una malandata costruzione: mi avvicino riuscendo a capire a malapena che è una scuola con un grande cortile.

Mi fermo ed entro nel cortile della scuola, quando un folto gruppo di bambini esce dall’edificio urlando e correndo per mettersi tutti inquadrati in fila.

Immediatamente dopo, dalla scuola escono i loro insegnanti insieme a Simone, il quale fotografa il folto gruppo dopo aver dato delle disposizioni.

Scattata la foto, saluta tutti e tutti, agitando le loro mani e chiamandolo per nome, rispondono al saluto, quindi esce e se ne va.

Uscendo mi passa vicino e mi dice:

<<Come è andato l’appuntamento amoroso?>> Ed aggiunge:

<<In questo paese è meglio non pensare a certe cose… anche perché l’igiene è molto, ma molto carente.>>

Mi lascia di stucco. Perché lui, appena arrivato aveva già fotografato quella scuola di alta montagna, come cavolo aveva fatto a saperne l’esistenza, come c’era arrivato prima di me e perché mi ha parlato in quel modo?

Capii che era sì un tipo invadente, ma certamente non stupido, e andava preso come tale.

La sera a cena ritrovo Simone seduto ad un tavolo in compagnia di un fotoreporter romano: un giornalista che era in Afghanistan il 27 dicembre del 1979, quando l’Unione Sovietica aveva mandato un contingente dell'esercito a Kabul, con il distaccamento speciale Alpha, che occupava il palazzo presidenziale per giustiziare Amin e installare al suo posto Babrak Karmal, un filo sovietico.

Mi siedo ad un tavolo vicino al loro, ma non mi degnano di uno sguardo, però riesco a sentire gli argomenti della loro discussione.

Parlano di Quanat: Simone chiede al suo commensale se, in quel paese, ha mai sentito parlare di quei cunicoli che servivano come approvvigionamenti idrici in quelle aride zone.

Lui ascolta interessato, ma non li ha mai visitati, però sa che la resistenza afgana si è servita di quei cunicoli per attraversare indisturbata le zone di guerra, per sorprendere l’invasore sovietico alle spalle.

Ad un certo punto cerco di intromettermi nel loro discorso e chiedo:

<<Simone ma cosa sono i Quanat?>>

Sorridendo Simone mi invita al loro tavolo e mi presenta al giornalista.

In quel momento ebbi la certezza di avere un brutto carattere, perché ero sempre prevenuto nei confronti del prossimo: ero arrivato al villaggio prima di Simone e non avevo ancora comunicato con nessuno, mentre lui sembrava destare sempre l’interesse di tutti e in molti lo salutavano come un vecchio amico.

Poi come un maestro in cattedra inizia il suo racconto partendo da dove l’aveva lasciato durante il nostro primo incontro.

Simone racconta che i cunicoli del Monte Conero, scavati in epoca imprecisata, per le loro dimensioni e per la loro forma, ricordano i Qanat o Kanat, un sistema di approvvigionamento idrico che si è sviluppato nelle regioni aride del Mondo.

Lo scopo dei Qanat era, e lo è ancora oggi, quello di portare l’acqua in superficie da poter poi utilizzare nell’irrigazione delle zone agricole, e non solo. I trafori furono appositamente scavati in orizzontale, ma con una lieve pendenza per permettere all’acqua di scorrere naturalmente.

La maggior parte dei Qanat è stata ritrovata nell’Iran centrale, ma tuttavia ci sono Quanat anche in Cina occidentale, in Afghanistan, nel continente nord africano dalla Libia all’Algeria e in Marocco; inoltre durante l’era romana il sistema dei Qanat venne introdotto anche in Egitto e in Siria.

Del Monte Conero l’esempio più conosciuto di cunicolo e di condotta simile ai Qanat è il “Buco del Diavolo” o “Buco della Paura”, situato tra il Poggio e Camerano, un inquietante cammino sotterraneo che da sempre ha alimentato tante leggende e altrettanti timori, perché i cunicoli rappresentano uno dei misteri più affascinanti del luogo Conero.

Scavati dall'uomo in epoca imprecisata, ma indubbiamente molto antica, si diramano come un lunghissimo labirinto.

Questa enigmatica via sotterranea potrebbe essere un’opera militare, o piuttosto una condotta per l’acqua, ipotesi quest’ultima forse più credibile.

Il Buco del Diavolo ancora oggi suscita prevenzioni superstiziose nella gente del luogo: una tradizione narra che, percorrendolo interamente, si arriverebbe in una grande stanza dove al centro è posta una gabbia in ferro in cui vi è rinchiusa una chioccia d’oro con 12 pulcini, anch’essi d’oro, che pigolano con grande frastuono; chi fosse tanto fortunato da riuscire ad impadronirsi di simili gioielli diventerebbe ricchissimo.

Leggende a parte, seguendo il ramo sinistro del Buco del Diavolo (non quello destro, che

si interrompe quasi immediatamente, ma che nell’antichità certamente alimentava d’acqua di sorgente Humana, l’attuale Numana), nonostante sia interrotto da frequenti frane, si arriva ad un ennesimo pozzo d’aerazione, largo circa un metro, con il fondo pieno di acqua putrida, dove il cunicolo si interrompe definitivamente.

Ma ci troviamo nella “Contrada del fosso della Tomba”, di fatto sotto al cimitero del Poggio, dalla parte opposta del Fosso Boranico, quel fossato da dove inizia la biforcazione del Buco del Diavolo.

Nel Fosso della Tomba c’è un cunicolo principale lungo 20 metri con due sale laterali: la prima si trova dopo 11 metri di percorrenza, la seconda poco più avanti, è praticamente irraggiungibile se non strisciando lungo il percorso.

Questi cunicoli fanno supporre che l’acqua era convogliata in direzione Nord – Est, dove,

nel mezzo di una folta vegetazione, dovrebbe trovarsi il proseguimento del cunicolo, perché in questa zona molti sono gli ipogei che si diramano da una parte e dall’altra, ed è probabile che queste vie sotterranee nell’antichità alimentassero anche il vecchio acquedotto di Santa Margherita, situato nei pressi di Pietralacroce, per poi distribuire l’acqua ai vari cunicoli sottostanti al Viale della Vittoria di Ancona.

L’attuale Viale della Vittoria nell’antichità non era altro che la Piana degli Orti o Valle della Pennocchiara, in cui scorreva l’omonimo fosso che raccoglieva le acque provenienti dalle alture laterali circostanti, per poi convogliarle nelle cisterne delle attuali Via Trento e Piazza Stamira.

Ma, all’inizio del Viale della Vittoria, nei pressi all’area del Passetto, il percorso ipogeo veniva alimentato dall’acqua di un cunicolo di cui si è persa traccia, ma sicuramente proveniente da un pozzo ancor’oggi visibile nella parte bassa di via Santa Margherita; l’acqua poi proseguiva (e ancor oggi prosegue) il suo cammino lungo il Viale della Vittoria, deviando all’altezza di Piazza Diaz per confluire prima nella cisterna di Via Trento (una grande cisterna punto di arrivo e di partenza di altri numerosi cunicoli) poi in Piazza Cavour, dove ad un certo punto, si divide in due rami.

Un ramo del cunicolo alimentava la Fonte del Calamo (le attuali 13 Cannelle), mentre l’altro ramo alimenta le grandi cisterne situate sotto Piazza Stamira.

Da Piazza Stamira riparte un altro cunicolo che un tempo alimentava il grande pozzo e il successivo cunicolo situato sotto Corso Mazzini; questo prima dell’alluvione del 1958, perché successivamente la costruzione del grande collettore ha interrotto non solo il suo percorso ma anche quello di altri cunicoli sotterranei.

Da questi punti nevralgici il cammino dell’acqua prosegue in direzione del porto: la prima condotta lungo Corso Mazzini dove un lungo cunicolo percorre tutto il corso nella parte verso mare transitando di fianco al Teatro delle Muse (in questo punto non è praticabile perché il cunicolo si incrocia con il grande collettore) e prosegue poi in direzione di Via della Loggia, di fatto verso il Porto, dove un tempo alimentava le vecchie fonti.

La seconda condotta proviene dalle cisterne delle 13 Cannelle, che distribuiva l’acqua al Fontanone di Piazza del Plebiscito tramite delle cisterne situate sul retro della fontana, per poi proseguire ed alimentarne una più piccola situata sotto il Palazzo della Prefettura da dove l’acqua proseguiva il suo cammino forse in direzione di Via Bernabei e, probabilmente, anche fino al Porto Dorico.

La terza condotta proveniva dalla Fonte del Filello, comunemente chiamata dagli anconetani “la Cisterna”, la quale alimentava un’opera idraulica antica (le sue vestigia sono oggi visibili sotto all’Istituto Nautico di via Vanvitelli) di origine romana che riforniva l’acqua al porto Traianeo da dove partivano le navi per l’Oriente.

Considerando quanto fin’ora descritto sulla rete di cunicoli che percorrono le “viscere” della città di Ancona, si può supporre con molta probabilità che un tempo l’acqua di sorgente proveniente dal Conero alimentasse anche le vecchie fonti del porto vecchio e di

quello nuovo.

A questo punto Simone termina il suo racconto e ordina da mangiare; il giornalista romano, di cui non ricordo il nome,ed io facciamo lo stesso, poi Simone aggiunge:

<<Certo che parlare del Conero in Nepal è come bestemmiare in chiesa durante la messa, ma ci è servito per trascorrere un po’ di tempo insieme. Concordiamo con lui e restiamo a parlare fino a tarda ora. 

Il giorno successivo Simone, il giornalista ed io ci organizziamo per scendere fino a Pokhara con un trekking: un percorso di circa 8 ore.

Giunti a Pokhara, ci salutiamo scambiandoci i soliti indirizzi con la solenne promessa di risentirci in Italia.

 

 

Seconda parte

Ritrovo Simone

Da Pokhara torno a Katmandu e proseguo per altri dieci giorni le mie ricerche, poi, dopo uno scalo a Dacca nel Bangladesh, faccio rientro in Italia.

La mia vita in Italia prosegue come sempre, due mesi a Milano, poi via in qualche angolo remoto del Mondo; d'altronde è il mio lavoro e non so fare altro.

Ma quel viaggio in Nepal e l’incontro con Simone mi hanno lasciato qualcosa dentro che non so ben definire: per esempio ogni volta che intravedo un cunicolo o una grotta mi vengono in mente i suoi racconti sui Quanat e non riesco a fare a meno di metterci il naso dentro, anche per pochi minuti.

Poi gli anni passano e tutto si dimentica, tanto più le persone incontrate durante i viaggi: non mi è mai successo di aver scritto o telefonato a qualcuno dei miei compagni di viaggio.

Poi il sabato pomeriggio di una calda estate del 1998, a casa, in attesa di una telefonata di lavoro, guardo un interessantissimo programma televisivo sulle realtà paesaggistiche marine italiane. Subito dopo la sigla iniziale vedo la conduttrice televisiva che parla con un uomo sopra ad uno scoglio in mezzo al mare; guardo con attenzione quell’uomo con la macchina fotografica al collo perché mi sembra di conoscerlo e quando sento il suo nome non credo ai miei occhi: è Simone.

Esclamo: <<Ma tu guarda questo! E’ sempre al centro dell’attenzione e compare anche su una trasmissione di questo calibro>>.

Lo vedo ingrassato, ma è sempre lui e quando parla è più attento a quello che dice; ma allora è vero che è un esperto del Monte Conero!

Seguo tutta la puntata, poi spengo la televisione e inizio a cercare il suo indirizzo. Niente da fare non lo trovo; vorrei contattarlo, ma non ho ancora le idee chiare del perché.

Il mio lavoro non mi ha mai consentito di stringere delle amicizie profonde e diciamo pure che vivo pochi mesi durante l’anno nella mia città, che ho poche persone a cui rivolgermi e fremo sempre per andarmene via e partire, questo forse perché inconsciamente cerco di sfuggire dai fantasmi che mi sono creato intorno perché non sono capace di comunicare disinteressatamene se non per motivi di lavoro.

Così mi viene in mente quella notte trascorsa in quel villaggio nepalese e i racconti di quell’uomo, e, allora decido di cercarlo.

Niente di più facile: telefono e chiedo il suo numero telefonico di Ancona e compongo il numero.

Mi risponde un messaggio della segreteria telefonica: lascio i miei dati e aspetto che Simone mi richiami. Per oltre quindici giorni non ricevo risposte e, quando ormai non ci spero e quasi non ci penso più, un giorno squilla il telefono: è lui, che tornato dalle vacanze mi richiama.

<<Ciao, mi dice, come stai?>>

<<Bene, gli dico, mi sono ricordato di te perché ti ho visto in televisione.>>

Lui mi risponde:

<<Sì sapevo che il servizio doveva essere trasmesso un sabato, ma poiché non sapevo quale ed ero in vacanza, ho chiesto a mio figlio di registrare la trasmissione, così mi sono visto anch’io.>>

Poi aggiunge:

<<Ma cosa fai a Milano il 20 di Luglio, smetti di lavorare e vieni da noi, così ti faccio conoscere il Conero.>>

Gli rispondo:

<<Vorrei, ma forse dovrei avere un altro incarico e…>>

Mi interrompe e mi dice:

<<Guarda che i soldi non sono tutto nella vita, se vuoi potrai fare una “vacanza di lavoro”, cioè divertirti e, probabilmente nello stesso tempo, anche guadagnare qualcosa, considerando i frequenti contatti di lavoro che hai con le Agenzie milanesi.>>

Ci penso un po’ e gli chiedo:

<<Ma tua moglie non si arrabbia che mi ospiti a casa?>>

Simone mi risponde:

<<Ma mica ti fermerai tre mesi? Quanto tempo pensi di rimanere?>>

Gli rispondo:

<<Al massimo una settimana, poi devo assolutamente rientrare.>>

Ci accordiamo così per il lunedì seguente e, dopo aver preparato un minimo di bagaglio, lunedì mattina, di buon’ora, parto dalla Stazione Centrale di Milano in direzione di Ancona.

Durante il percorso in treno guardo a malincuore quella ferrovia che costeggia l’Adriatico transitando tra le case e a pochi chilometri da Ancona addirittura in mezzo ad una raffineria. Così arrivo in stazione, scendo e mi reco al luogo dell’appuntamento (cioè vicino all’edicola dei giornali) dove vedo Simone; mi avvicino, ma lui non mi vede, e allora mi metto di fronte a lui e gli dico:

<<Ciao come stai?>>

<<Bene, mi risponde, sono felice di vederti, ti trovo bene. Vedi la forza della televisione, ti fa ritrovare i vecchi amici come in quelle squallide trasmissioni dove si ritrovano parenti e amici che non si vedono da una vita! Ma ora andiamo che l’auto è parcheggiata male, perché in questa stazione é praticamente impossibile trovare un posto.>>

Mi accompagna a casa sua situata ai bordi della città e mi presenta alla moglie.

Rita la moglie di Simone mi accoglie senza problemi, mi presento e le chiedo di scusarmi per il disturbo.

Lei, sorridendo, mi dice:

<<Nessun disturbo, l’importante è che si adatti nella nostra casa, dal momento che non è grande.>>

Le rispondo:

<<Signora, cercherò di recare il minor fastidio possibile, suo marito ed io andremo a visitare  posti non proprio comodi, perciò staremo via delle intere giornate, così non mi vedrà tanto spesso a casa sua.>>

Lei mi risponde:

<<Tanto per cominciare il “lei” non è d’obbligo, e poi in quei posti che tu definisci “non proprio comodi”, io ci sono sempre andata per aiutare Simone, che essendo un po’ impulsivo va guidato e consigliato.>>

Capisco che Rita è in gamba e poco dopo mi trovo a mio agio. La sera, durante una cena modesta, ma buona, conversiamo a lungo, ed il mattino successivo mi portano a visitare Portonovo, una splendida baia con una sua di storia, posizionata a ridosso del monte Conero.

Io che ho visto tanti posti nel Mondo, posso affermare che Portonovo è uno dei luoghi più incantevoli che ho trovato, senza poi parlare della magica chiesa di Santa Maria, della Torre di guardia, e dei laghetti.

Poi Simone, indicandomi il monte, mi fa notare la grande spaccatura causata da una grande frana che in epoca remota si era staccata dal monte precipitando in mare: da quella frana e da una conseguente attività antropica, si era formata appunto quella baia che oggi è chiamata Portonovo.

Restiamo a pranzo nella baia e nel pomeriggio mi portano a Sirolo: la perla del Conero.

Posizionata a 125 metri sul livello del mare, Sirolo è uno dei centri della costa del Conero più frequentati, che vede tra i suoi ospiti un turismo rispettoso del fragile ambiente circostante e delle sue spiagge pregevolissime.

Visitiamo la cittadina a piedi proseguendo lungo via Giulietti fino ad arrivare in piazza Vittorio Veneto e Piazzale Marino: la piazza è un teatro di manifestazioni estive, luogo di ritrovo e punto panoramico sulle spiagge e sul monte Conero.

Proseguiamo poi lungo via Italia e, poco dopo aver oltrepassato l’arco gotico dell’XI sec., ci troviamo a Piazza Franco Enriquez, dove c’é il teatro Cortesi – vanto della cittadina - realizzato dall’architetto Buffoni nel 1873. A lato del teatro si erge il Torrione (1050), le vestigia dell’antico castello scampato ai sismi e alle frane del passato.

Ma quello che mi colpisce di più di Sirolo sono le sue strette viuzze che si incrociano parallele tra le abitazioni in pietra del Conero, ancora abitate da molti sirolesi.

Simone e Rita mi fanno da ciceroni, mi spiegano tutto quello che sanno e, passeggiando con molta calma, arriviamo a Numana in piazza del Santuario.

Dopo una breve visita alla stupenda cittadina, ci rechiamo in via Morelli, per osservare l’antica Fonte del Crocifisso, punto di arrivo di un acquedotto romano.

Ad un certo punto Simone mi dice:

<<Vedi Mario, in corrispondenza di questa fonte inizia un lungo cunicolo sotterraneo che, interrotto ogni tanto da pozzi d’aerazione, arriva fino a Capo d’Acqua di Sirolo nei pressi di Borgo San Lorenzo, questo è uno dei tracciati più “semplici” da percorrere perché il cunicolo nel passato veniva frequentemente ripulito, oggi è inattivo ma al suo interno ci passa una tubatura dell’acqua.>>

Gli chiedo:

<<Ma tu lo hai percorso ?>>

Mi rispose:

<<Sì alcuni anni or sono e per un lungo tratto, ma è al quanto faticoso a causa delle sue ristrette dimensioni, e poi, sai, da qualche anno ho un po’ di pancia e non posso resistere a lungo in certe posizioni.>>

Per alcuni giorni visitiamo tutte le zone del Conero, da Marcelli di Numana a Camerano, compreso un immancabile giro a piedi sul monte, percorrendo il sentiero n.1 dal Poggio fino a Sirolo, con alcune deviazioni per le Incisioni rupestri, le Grotte romane e la chiesa di San Pietro al Conero, e l’ex Convento dei camaldolesi.

Il penultimo giorno della mia permanenza Simone mi accompagna in un ampio pianoro panoramico, nei pressi del Poggio

Da quel punto percorriamo la strada in direzione di Camerano e arriviamo a ridosso della Gradina, una collina che si presenta con la cima spianata, su cui si eleva un altro ripiano minore.

Questa strana forma è dovuta all’opera dell’uomo che, durante il Neolitico (5000 anni fa), fece della Gradina un luogo di residenza e di culto.

Sulla destra, lungo una strada sterrata, chiusa da una sbarra che impedisce l’accesso alle auto, sempre a piedi, lungo una discesa arriviamo nei pressi di una vecchia costruzione in rovina. Simone mi racconta che dalla casa, un tempo non troppo lontano, un sentiero comunicava fino all’apertura del suggestivo cunicolo chiamato Buco del Diavolo o Buco della Paura.

Io gli dico:

<<Mi ricordo dei tuoi racconti in Nepal, ma non ci possiamo andare a vederlo questo “buco”?>>

Lui mi risponde:

<<Possiamo tornarci oggi nel pomeriggio, ma dobbiamo quanto meno prendere una torcia e una corda di sicurezza, dal momento che da questo punto, a causa della fitta vegetazione cresciuta,è quasi impossibile trovare il Buco del Diavolo.>

Poi Simone aggiunge:

<<Possiamo chiedere il permesso al proprietario del terreno per passare vicino alla sua abitazione e scendere con la corda lungo un terrapieno.>>

Gli dico che per me va bene. Torniamo a casa per prendere una torcia e la corda, e anziché aspettare il pomeriggio, riandiamo subito sul luogo.

Chiediamo il permesso al proprietario del terreno, il quale, non proprio contento, ci dice:

<<Fate un po’ quello che volete…>>

Ci organizziamo e, poco dopo, ci trovammo al cospetto del Buco del Diavolo.

L’aria in quel luogo è umida, il sole non lo illumina a causa della folta vegetazione, mi sento molto emozionato, prendo la mia macchina fotografica e inizio a fare foto.

Poi entriamo, Simone avanti io dietro, ma non riesco a vedere niente perché Simone mi copre la visuale, così gli chiedo di proseguire alcuni metri più avanti per avere una maggior visibilità; dopo pochi minuti arriviamo ad un bivio e ci fermiamo tutti e due a sedere in quel punto abbastanza largo.

L’aria ha un cattivo odore e il suolo è umido, Simone mi indica la parte destra che è interrotta dopo pochi metri a causa di una vecchia frana, mentre quella di sinistra procede per un lungo tratto, ma egualmente si interrompe.

Proseguiamo per alcuni metri e dopo un po’ chiedo ad Simone:

<<E se adesso troviamo la chioccia d’oro con i pulcini cosa facciamo?>>

Lui mi risponde:

<<Guarda che nel passato tantissimi hanno percorso questo cunicolo e se c’era la chioccia con i pulcini (per giunta d’oro), considerando l’avidità di molti, l’avranno certo presa e fusa in lingotti, perciò non ti preoccupare.>>

Alla prima angolazione del percorso ci fermiamo per tornare indietro e questa volta sono io a proseguire avanti, ed è molto meglio, perché, stando dietro, ti senti un po’ soffocare.

Usciti, facciamo il punto della situazione, risaliamo e torniamo nei pressi della casa in rovina vista in precedenza; scendiamo lungo la strada sterrata, voltiamo sulla destra e proseguiamo sempre in discesa: ad un certo punto, lasciata la strada, ci arranchiamo sulla rupe, inoltrandoci.

Dopo pochi metri Simone mi indica una grossa lamiera avvolta dalla vegetazione, che copre qualcosa, la solleviamo e scopriamo un profondo pozzo largo poco più di un metro.
Simone in quel momento mi dice:

<<Questo è un pozzo d’aerazione dei cunicoli ed é attraversato dal cunicolo che stavamo percorrendo precedentemente, ma non prosegue, perché la parte che va in direzione del Fosso della Tomba è interrotta da una vecchia frana.>>

Gli chiedo:

<<Dove si trova il Fosso della Tomba?>>

Lui mi risponde:

<<Vieni>> Proseguiamo e, dopo circa 30 minuti di cammino, arriviamo in quel luogo definito Fosso della Tomba, e situato di fatto sotto al cimitero del Poggio, dalla parte opposta del Fosso Boranico, quel fossato da dove inizia la biforcazione del Buco del Diavolo.

Simone a quel punto mi racconta:

<<Nel Fosso della Tomba c’è un cunicolo principale lungo 20 metri con due sale laterali: la prima si trova dopo 11 metri di percorrenza, la seconda poco più avanti, è praticamente irraggiungibile se non strisciando lungo il percorso.

A circa 50 metri di distanza dal principale cunicolo del Fosso della Tomba, ne è stato trovato un altro profondo 5 metri, tutto in discesa, interrotto forse naturalmente.

Questi ritrovamenti fanno supporre che l’acqua era convogliata in direzione Nord – Est, dove, nel mezzo di una folta vegetazione, dovrebbe trovarsi il proseguimento del cunicolo, perché in questa zona - devi sapere - molti sono gli ipogei che si diramano da una parte e dall’altra, ed è probabile che queste vie sotterranee nell’antichità alimentassero anche il vecchio acquedotto di Santa Margherita, situato nei pressi di Pietralacroce, per poi distribuire l’acqua ai vari cunicoli sotto al Viale della Vittoria di Ancona.>>

Ero completamente gasato, scattavo foto a decine e gli chiesi:

<<Scendiamo?>>

Simone mi risponde:

<<Certo!>>

Giunti nel fosso, risaliamo un costone e scendiamo dalla parte opposta, dove troviamo l’entrata del cunicolo; strisciando lungo il percorso percorrendolo interamente, visitiamo poi le due stanze laterali e ad un cero punto siamo costretti a tornare indietro perché il cunicolo è praticamente interrato, anche se in fondo si scorge una piccola luce.

Torniamo così da dove siamo venuti e quando ci troviamo nel fondo del fossato, su un lato del fosso in mezzo alla vegetazione scorgiamo della terra color marrone chiaro, ammucchiata sul dosso.

Simone esclama:

<<Chi ha scavato in quel lato?>>

Ci avviciniamo per vedere e, notiamo che dal piccolo buco esce una forte corrente d’aria dal forte odore di muffa.

Il buco è stato scavato, forse da un tasso, perché notiamo delle impronte sulla terra mossa e ci chiediamo se il tasso sia entrato oppure uscito da lì.

Cominciamo ad allargare quel foro con le mani e con degli arbusti, e più lo allarghiamo e più la forza dell’aria diminuisce, dopo circa 20 minuti di scavo scopriamo la volta di un cunicolo.

La direzione del cunicolo è situata alla stessa altezza di quello precedentemente visitato: la fortuna ci ha assistito quello è il cunicolo che un tempo proseguiva verso nord-est in direzione di Ancona e, di fatto il proseguimento del cunicolo sinistro del Buco del Diavolo, quello ostruito sotto al pozzo coperto dalla lamiera.

Pensiamo di aver trovato la prova delle deduzioni di Simone che, per l’eccitazione, non stava più nella pelle.

Ad un certo punto ci guardiamo e, senza dirci una parola, uno alla volta a fatica entriamo nel cunicolo.

Percorriamo il tratto e, dopo aver superato una prima angolazione sulla sinistra, notiamo lontana una piccola luce e, strisciando faticosamente con le torce elettriche quasi scariche, ci ritroviamo sul fondo di un pozzo.

Siamo molto affaticati; Simone respira con difficoltà per il gran caldo: gli faccio una foto (ancora oggi a distanza di anni, sorrido e mi commuovo ricordando quel viso spiritato e sudato).

Notiamo subito una cosa strana: il pozzo è completamente asciutto, tutto è secco e da una piccola fessura su un lato del pozzo esce una corrente d’aria che procura un debole sibilo; da quella fessura notiamo facilmente che dell’acqua probabilmente un tempo era depositata sul fondo era filtrata di li.

E’ chiaro che dietro a quella fessura c’è il vuoto.

Decidiamo così di allargarla. Tutto è come un sogno, è come se qualcuno ci stesse indicando un percorso da seguire: affannati iniziamo a scavare fino a trovare quello che a prima vista sembra un tunnel, (ma più grande di quello che avevamo percorso fino al pozzo) che prosegue in direzione est.

Un tunnel che è rimasto segreto per chissà quanto tempo.

Emozionati per la scoperta decidiamo di rimandare la visita e, con le ultime forze rimaste, risaliamo il pozzo servendoci degli appositi “gradini” laterali che nell’antichità servivano agli scavatori per scaricare all’esterno la terra recuperata durante lo scavo.

Usciti, ci troviamo nel bel mezzo di un campo agricolo, situato a metà strada tra il cunicolo del Fosso della Tomba e il pozzo terminale del Buco del Diavolo.

Siamo completamente imbrattati di polvere mista a sudore e la mia macchina fotografica era ridotta veramente male, ma siamo soddisfatti di quello che in mezza giornata eravamo riusciti a fare.

Tornati a casa la moglie di Simone, quando ci vede, si spaventa. Dopo un buon bagno e una buona cena, ci organizziamo per il futuro, perché la curiosità di sapere dove porta quel tunnel è talmente grande che non ci fa pensare o parlare d’altro.

Il giorno successivo devo rientrare a Milano, perciò decidiamo che sarei ritornato a settembre, accompagnato un mio amico speleologo, anche lui di Milano: Simone mi avrebbe aspettato per inoltrarsi lungo quel cunicolo. Molto probabilmente con un esperto del settore ci saremmo sentiti più tranquilli, perciò anche più sicuri di farcela.

Il giorno seguente ringrazio Simone e Rita per l’ospitalità ricevuta e parto per Milano.

 

Terza parte

L’ispezione

A Milano rimasi pochi giorni, perché ebbi un altro incarico in America latina nel mese di agosto. Tornato i primi giorni di settembre, contattai Franco un appassionato di speleologia il quale, dopo avergli spiegato la storia che avevo vissuto mi disse:

<<Non posso che dire di sì, però le spese del viaggio e di soggiorno ad Ancona le paghi tu.>> Accettai ed iniziai ad organizzarmi; nel frattempo contattai Simone chiedendogli di prenotarci  un posto tenda in qualche campeggio del Parco del Conero, perché due ospiti a casa sua erano troppi.

E così il 7 settembre del 1998 con l’auto carica di attrezzature per la speleologia e con una tenda da campeggio, Franco ed io di buon mattino, quando tutti ritornavano a casa dalle vacanze, partimmo da Milano diretti ad Ancona.

Arrivammo ad Ancona quasi per l’ora di pranzo e Simone con la moglie ci accolsero con calore e con un piatto di spaghetti con le cozze (che loro chiamano “moscioli”).

Dopo pranzo, scaricate le attrezzature nel garage di Simone, (perché è sempre bene non far sapere a tutti quello che si sta facendo), ci accompagnarono al campeggio la Torre di Portonovo; dopo aver piazzato la tenda andammo a farci un bel bagno nelle splendide acque della baia.

Franco non era mai stato in queste zone, lui frequentava abitualmente il Gargano e non sapeva che, a metà strada da Milano al Gargano, esistesse un simile Paradiso.

Passammo la sera fantasticando su cosa avremmo trovato il giorno successivo in quel luogo angusto, e Franco, con un atteggiamento da maestro, ci raccontava le sue trascorse esperienze, tutte quante con un momento di alta pericolosità, ma tutte che terminavano con delle energiche soluzioni (al limite della credibilità), certamente frutto dell’esperienza.

Quando Franco si allontanò un momento per andare in bagno, Simone mi chiese:

<<Ma non è che questo racconta delle cavolate?>>

Sorridendo gli risposi:

<<No, è molto bravo ma le sue storie le ha raccontate tutte assieme: tu devi considerare che di fatto quello è uno spaccato di vita.>>

Poi ci mettemmo a ridere come pazzi, dandoci appuntamento per il giorno successivo alle 6,00 del mattino. Simone avrebbe caricato tutto sulla sua auto e sarebbe poi venuto a prelevarci a Portonovo.

Fu così che quel mattino (con Rita alla guida) ci recammo alla gradina del Poggio. Scaricato tutto il materiale Rita tornò a casa: questo per non lasciare tracce visibili, quali un’auto ferma nei pressi di un’area privata. (Il proprietario potrebbe non essere affatto contento che tre ficcanaso girino nelle sue terre).

In quel fossato poi i telefonini funzionano, perciò una volta usciti, con una telefonata saremmo stati sicuramente recuperati.

Quel mattino alle ore 7.00, muniti di provviste, acqua, lampade all’acetilene sui caschi, Franco ed io con la tuta gialla da speleologo, Simone con una tuta da operaio e attrezzature varie, ci incamminammo in direzione del Fosso della Tomba.

Arrivati sul posto notammo subito che il buco, trovato casualmente 40 giorni prima, era stato coperto con dei rami tagliati, cioè qualcuno aveva deliberatamente nascosto l’entrata. Ma i rami ingialliti nel mezzo della vegetazione lussureggiante ci indicarono subito l’entrata del cunicolo.

Ma chi era stato e perché lo aveva fatto? Tutti interrogativi che non avranno mai una risposta.

Entrammo così nel cunicolo, Franco avanti, io dietro e Simone per ultimo fino ad arrivare sul fondo del pozzo.

Simone ed io allargammo la spaccatura che avevamo fatto, mentre nel frattempo Franco fece delle rilevazioni con un piccolo apparecchio e disse:

<<Questo tunnel va in direzione est.>>

Entrammo nel grande tunnel e vedemmo subito che era più alto di quello già percorso, proseguendo addirittura in posizione eretta.

La volta era circolare e le pareti erano in tufo, un materiale che non si trova nei dintorni di Ancona, perciò significava che quei blocchi di pietra erano stati portati in zona da lontano.

Ad un certo punto il camminamento proseguiva in salita; i nostri passi erano accompagnati da un continuo scricchiolio del calcare che calpestavamo ed il rumore era talmente persistente, che a fatica si riusciva a sentire ciò che diceva Franco, che stava davanti a tutti. Poi sempre proseguendo in salita, l’umidità aumentava ma le fioche luci dell’acetilene facevano il loro dovere. Proseguendo, dopo circa 45 minuti di cammino Franco si fermò e disse:

<<Abbiamo percorso circa 500 metri, dove mai arriveremo?>>

Dopo circa altri 30 minuti di cammino a Simone venne uno stato d’ansia; ci fermammo, lo rassicurammo e, sorridendo, gli demmo una gomma da masticare (di quelle forti) e, dopo 5 minuti, riprendemmo il cammino, sempre proseguendo in salita.

Percorsi circa 800 metri in direzione est, il cunicolo terminava a sorpresa in una grande cisterna circolare sotterranea colma d’acqua.

Sorpresi, alzammo la luce per vedere meglio quello che avevamo scoperto e notammo subito che l’ambiente era molto largo, circa 40 metri, ed alto 5; intorno alla cisterna costruita con lo stesso materiale del tunnel, iniziavano il loro percorso, o arrivavano, altri cinque cunicoli, sei, compreso quello che avevamo percorso. Dalla volta alcune radici delle piante scendevano fino a toccare l’acqua: questo poteva significare che l’ambiente era molto vicino alla superficie.

In quel momento Simone esclamò:

<<Ecco abbiamo trovato la chioccia con i pulcini, quella della leggenda; solo che non è nel Buco del Diavolo, ma al centro del Monte Conero.>>

<<Ma cosa dici>> Dissi a Simone ?>>

Lui mi rispose: <<In ogni cisterna sotterranea esiste la leggenda della chioccia con i pulcini; la chioccia è la cisterna e i pulcini sono i cunicoli che l’alimentano, o che vengono alimentati dalla cisterna. Chissà, forse qualcuno nel passato ha descritto questo ambiente ipogeo da cui è poi nata la leggenda.>>

Dopo aver scattato un’infinità di foto, chiesi ai miei compagni d’avventura:

<<Ora dove andiamo?>>

Franco mi rispose:

<<Dovremmo provare a vedere dove vanno tutti i cunicoli, perché la loro collocazione è molto strana. Infatti ad eccezione del tunnel percorso fino alla cisterna proveniente da ovest, gli altri 5 sono distribuiti in un semicerchio da nord a sud e tutti partono a pochi metri uno dall’altro, inoltre quello centrale non è come gli altri, è più alto e nella base dell’entrata c’è un gradino alto 50 cm.: non sembra proprio un cunicolo per il trasporto dell’acqua, ma piuttosto un tunnel per il camminamento.>>

Iniziammo da sinistra, percorrendo il cunicolo in discesa verso nord, il quale dopo circa 100 metri si interruppe per una vecchia frana; così fummo costretti a tornare indietro e a riprendere l’altro in direzione nord-est che terminò dopo appena 50 metri, perché non fu mai completata la sua costruzione.

Il cunicolo centrale, cioè quello in direzione est, era più alto degli altri, così decidemmo di percorrerlo per ultimo, perché sicuri, dopo le prime esperienze, che molto probabilmente ci avrebbe condotto in qualche altro ambiente. Ci inoltrammo dunque per il quarto cunicolo che si dirigeva in direzione sud.

Nel frattempo Franco proseguiva con le sue rilevazioni, segnando, con una matita i percorsi, tracciandone la lunghezza e la direzione.

Dopo circa un’ora di cammino, affrontando rapide deviazioni del percorso e dislivelli, ad un certo punto sul fondo del cunicolo che appariva sempre buio, notammo una luce: incuriositi più che mai, allungammo il passo per osservare quella novità.

Con nostra sorpresa vedemmo che il cunicolo terminava, ma non in maniera naturale, perché era stato “tagliato”.

Ci facemmo largo tra dei rami e riuscimmo a mettere la testa fuori dall’ambiente ipogeo e, con nostra ulteriore sorpresa notammo sullo sfondo una cava di pietra.

Per capire di quale cava si trattasse, feci spazio a Simone, il quale affermò che era l’ex cava Saron, una cava posta lungo il sentiero n.5 del Parco del Conero, situata poco distante da Fonte d’Olio di Sirolo.

Probabilmente durante l’estrazione della cava il cunicolo è stato interrotto, ma chissà dove sarebbe arrivato prima di quel taglio, perché la direzione era quella di Sirolo.

Un po’ delusi, ma intenzionati a scoprire tutto, tornammo per i nostri passi fino alla cisterna.

Guardammo l’ora: si era fatto tardi e decidemmo di tornare il giorno successivo. Usciti al Fosso della Tomba nelle prime ore del pomeriggio, telefonammo a Rita che, dopo circa 30 minuti, ci recuperò e ci accompagnò a casa.

La sera a casa di Simone tutti i dati raccolti da Franco furono riportati sulle carte GM di Simone e, seguendo i percorsi ipotetici dei cunicoli e gli eventuali usi idraulici degli stessi

era scaturito che il cunicolo a nord avrebbe potuto collegare la città di Ancona, quello a nord-est invece la vecchia Fonte di Portonovo, mentre quello a sud forse avrebbe potuto alimentare la Fonte Vecchia di Sirolo e di conseguenza Numana.

Tutto era in “forse”, ma di una cosa eravamo sicuri: la cisterna era situata nella parte intermedia di Pian di Raggetti, proprio in quella zona ricca di leggende e di misteri.

Perciò occorreva scoprire dove portavano gli altri due cunicoli rimasti; a Simone vennero in mente alcune chiacchiere degli abitanti del Conero: si raccontava che il monte fosse colmo d’acqua e, se disgraziatamente qualche parete cedesse, allagherebbe gli abitati circostanti.

Logicamente queste sono solo leggende, il monte non sarà di certo colmo d’acqua, ma la cisterna esisteva davvero ed era una cisterna che raccoglieva le acque per poi distribuirle nei vari centri.

Franco quella sera disse:

<<Ci troviamo di fronte ad una grande opera idraulica, ma non sappiamo da chi e quando fu costruita; dovremmo consegnare la nostra scoperta a qualcuno che ne sa più di noi.>>

Simone gli rispose:

<<Certo, la consegneremo alla Soprintendenza Archeologica delle Marche, perché è l’unica in grado di darci delle spiegazioni plausibili, ma a cose fatte, non ora, che abbiamo solo delle supposizioni.>>

 Il mattino successivo Rita ci riportò con l’auto nello stesso punto del giorno precedente. L’avvisammo che quel giorno ci saremmo trattenuti più tempo, forse anche fino al giorno successivo; lei fu molto contrariata della decisione che avevamo preso e si allontanò adombrata.

Ritornammo al Fosso della Tomba e ricominciammo a percorrere quel cunicolo, ormai per molti versi divenuto “familiare”.

 

 

Quarta parte

La tragedia

Arrivati al pozzo, iniziammo a percorrere quel tunnel e dopo 60 minuti eravamo alla grande cisterna. Decidemmo di percorrere il cunicolo che prendeva la direzione di sud-est, lasciando alla fine l’ispezione a quello centrale.

Ci incamminammo, procedendo per circa 20 minuti in piano; poi ad un certo punto la struttura in blocchi di tufo coperti di calcare terminò e l’altezza del cunicolo si abbassò notevolmente.

Il percorso precipitava in una ripida discesa: ci fermammo ad osservarlo illuminandolo con delle potenti torce e, malgrado l’umidità persistente, riuscimmo a vederne il fondo.

A quel punto Franco disse:

<<Ora dobbiamo scendere, non dovrebbero esserci problemi, però dobbiamo agganciare una corda di sicurezza per garantirci una discesa sicura.>>

Sul lato sinistro del cunicolo, su uno spuntone di roccia ancorammo una cordina e, dopo averne provato la resistenza; iniziammo a scendere uno alla volta.

Franco scese per primo e, giunto sul fondo, ci urlò che vicino ai suoi piedi c’era l’acqua e che sembrava acqua di mare.  Subito dopo scesi io e alla fine Simone.

Giungemmo tutti e tre sul fondo di quel cunicolo, ma ci sentivamo come in una trappola, perché avevamo tutti capito che ci trovavamo sul lato orientale del Conero.

Facemmo luce sulla piccola stanza semicoperta da materiale pietroso misto a terra con il fondo colmo d’acqua alta circa 40 cm.; su un lato, trovammo delle scritte scolpite sulla pietra con un lieve tratto, consumate dal tempo ed appena leggibili: erano nomi, nomi affiancati a delle date e posti vicino a dei piccoli anelli di ferro arrugginiti fissati nella roccia: appena li toccammo si polverizzarono.

Un nome, dalle caratteristiche non propriamente italiane, vicino ad una data ben visibile, era datato 1916.

Simone in quel momento disse:

<<Forse vi sembrerà strano, ma un’altra leggenda narra che dalle Grotte romane, chiamate anche “Grotte degli Schiavi a monte”, un cunicolo conduce appunto fino alla Grotta degli Schiavi, la parla dei Barbareschi, ovvero i Turchi, di fede mussulmana, e degli Usocchi di fede cristiana - questi ultimi provenienti dalla Dalmazia - i corsari che imperversavano lungo le coste del mare Adriatico. Questi rapivano gli abitanti della costa per chiederne il riscatto persino ad intere comunità.

Sulla costa del monte Conero, dove oggi sono visibili le vestigia del molo Davanzali, c’era una grande grotta, profonda circa 20 metri e larga 70.

La cavità naturale sembra che avesse due accessi, ma le versioni sono contrastanti. La grotta prese il nome “ degli Schiavi " perché - leggenda o realtà che sia - si narra che i corsari la utilizzavano quale rifugio e, al suo interno, tenevano nascosti, oltre ai bottini, frutto delle loro scorribande, anche i prigionieri che venivano ammassati nella cavità prima di essere trasportati nelle loro roccaforti. Non sappiamo se tutto ciò corrisponda a verità, ma molti anziani pescatori del posto ricordavano di avere visto da bambini all'interno della grotta, tracce superstiti di vecchie catene e anelli di ferro logorati dal tempo. I ferri sarebbero serviti ai corsari per incatenare i prigionieri.

Attorno agli anni Trenta, lo sviluppo smisurato dell'attività estrattiva e gli eventi sismici fecero crollare la volta della grotta, ostruendone l'entrata per “ sempre “.

Perciò carissimi amici abbiamo trovato quello che rimane della Grotta degli Schiavi e, credetemi, sono talmente emozionato che, pur essendo a conoscenza di quante tonnellate di pietra abbiamo sulla nostra testa, non sono affatto preoccupato.>>

Dopo aver scattato alcune foto, in particolare quelle dei nomi sulla roccia e delle vestigia di quei ferri, iniziammo la risalita uno per volta e, dopo una gran fatica, riprendemmo a percorrere il cunicolo con la volta e le pareti di tufo che ci davano tanta, ma tanta sicurezza in più del precedente percorso.

Stanchi ma felici per le scoperte fatte, ci fermammo a mangiare qualcosa, seduti ai bordi della grande cisterna, guardando fissamente quel tunnel centrale senza dirci una parola, ma certi che l’ispezione ci avrebbe portato ad ulteriori scoperte.

Riposati e rifocillati, decidemmo di inoltrarci lungo quel tunnel camminando abbastanza comodamente e velocemente, perché le dimensioni erano superiori agli altri cunicoli precedentemente percorsi.

Era chiaro che quel passaggio non era una condotta idraulica, difatti dopo alcuni metri trovammo dei numeri color rosso stampati di lato alla parete e delle nicchie per appoggiare le lucerne.

Proseguimmo per circa 20 minuti, quando ad un certo punto ci trovammo ai bordi di una scala che scendeva in basso, ma le nostre voci provocavano una strana eco.

Ci fermammo sul bordo della scala e accendemmo le potenti torce per illuminare l’ambiente circostante che, attraverso la condensa dovuta all’alta umidità, ci apparve in tutta la sua spettrale grandezza.

Sul pavimento della sala c’erano accatastati dei materiali completamente coperti di muffa: vecchie poltroncine e sedie di legno talmente deteriorate che, al solo tocco, andavano in frantumi e strani apparecchi molto simili a radio trasmittenti e, addirittura, una consolle con un vecchio microfono al centro.

Dentro ad un cassetto c’era una scatola di liquirizie, una matita e una Settimana enigmistica del 1958.

Stupiti, cercammo di capire cosa significasse tutto ciò: ognuno di noi aveva intuito che quella era una vecchia base militare, ma la paura di pronunciarci ci faceva tenere per noi quella che sarebbe stata poi una verità.

Seguitammo ad ispezionare il grande ambiente e, sul lato della sala, trovammo una stanza con le vestigia di quello che un tempo era la centrale elettrica; vicino a quella stanza c’era un altro ambiente alla cui base si trovava un grande macchinario che, secondo noi, sarebbe servito a pompare l’aria all’interno della sala: difatti da una grossa condotta (tutta deteriorata) che partiva dal macchinario andando verso l’alto, filtrava una forte corrente d’aria e questo significava che la condotta risaliva fino alla superficie.

Eravamo sbigottiti di quello che avevamo scoperto, ed eravamo sicuri che tutto quello che avevamo visto non avremmo mai potuto raccontarlo, perché saremmo stati accusati di aver violato dei divieti sempre presenti in zone militari, anche se dismessi. Ma erano veramente dismessi?

A quel punto Simone disse:

<<Negli anni 50, subito dopo la guerra, nelle viscere del Conero fu installata una base militare sotterranea; molti di coloro che per molto tempo hanno lavorato alla sua costruzione, negli anni 60, “terminati” i lavori, rimasero in zona e aprirono in loco delle  attività balneari o d’altro tipo.

Nessuno di costoro ha mai raccontato niente in proposito, tutti divenivano muti quando rivolgevi loro qualche domanda sui sotterranei del Conero.

Delle prove erano comunque abbastanza evidenti dagli scavi: per esempio la terrazza di Belvedere nord, da dove si gode un panorama stupendo, è nata dalla fuoriuscita del materiale scavato dal monte, perché a quell’altezza oggi è ben visibile un tunnel con l’entrata murata, ma quello che abbiamo trovato oggi è la prova delle supposizioni di tutti coloro che negli anni hanno azzardato delle ipotesi.>>

Ad un certo punto Franco bisbiglia:

<<Fate silenzio che sento qualcosa come una vibrazione.>> Ci fermammo attenti ad ascoltare ma non captammo niente. Poi Franco disse:

<<Mi era sembrato di sentire un rumore simile ad un motore in moto, ma senza dubbio mi sono sbagliato.>>

<<Certo Franco>> Gli rispondemmo << Chi vuoi che qui sotto terra metta in moto un veicolo…>>

Seguitammo ad ispezionare l’ambiente, quando su un lato trovammo una porta in ferro ben chiusa; a quel punto Franco con il suo apparecchio cercò di capire la direzione di quell’entrata, ma l’apparecchio era come impazzito e non riusciva a definire niente, poi esclamò:

<<Ragazzi…qui c’è un fortissimo campo magnetico, allora vuoi vedere che il rumore che avevo sentito era reale e non solo una sensazione?>>

Trovammo dei ferri e forzammo la porta, eravamo divenuti come dei pazzi e, con il sudore negli occhi per l’eccitazione, dopo circa un’ ora di lavoro, riuscimmo ad entrare.

Percorremmo un cunicolo che ci condusse in una grande sala, dove con grande stupore trovammo una piattaforma di lancio con sopra un missile.

L’ambiente era pulito, tutto era esatto ed un rumore continuo di qualcosa che ruotava sulla nostra testa ci fece capire che era dovuto ad un radar: ecco chiarita l’esistenza di quel forte campo magnetico.

Il missile aveva delle caratteristiche simili a quelle disegnate nei fumetti, ma il simbolo di bandiera rossa-azzurra (a stelle e a striscie) sulla testata dimostrava che non era di certo un giocattolo.

Rimanemmo tutti colpiti da quella scoperta e, consci che c’eravamo cacciati nei guai (e guai seri se ci avessero scoperti) decidemmo di ritornare indietro e di uscire da tutto quell’ambiente ipogeo.

In quel momento feci uno sbaglio grossolano che fece terminare la storia in tragedia: impugnai la mia macchina fotografica e scattai una foto alla rampa con il missile.

Come il flash illuminò la stanza iniziarono ad accendersi delle luci tutt’attorno, mentre una suoneria con un suono ritmico dava l’allarme; iniziammo come dei bambini a fuggire abbagliati da quelle luci potenti e, mentre correvamo, Franco urtò contro una balaustra che proteggeva un pozzo e ci cadde dentro.

Ci fermammo per soccorrerlo chiamandolo, ma non dava risposta e, mentre cercavamo di vedere dove era precipitato, quel rumore assordante dell’allarme aumentò di volume man mano che una grande porta in ferro  si apriva.

Disperati non sapevamo cosa fare, ma non potevamo lasciare Franco dentro a quel pozzo; prendemmo così una cordina per provare a scendere, senza curarci di un gruppo di uomini armati alle nostre spalle, i quali, senza dire una parola ci prelevarono con la forza. Mentre ci portavano via, urlammo loro che non eravamo certamente terroristi né spie e che il nostro amico aveva bisogno d’aiuto.

Non c’era niente da fare, ci portarono in una stanza da cui si intravedeva della luce solare: in quel momento Simone cercò di scappare ma fu raggiunto da un colpo d’arma da fuoco.

Io urlai contro quegli uomini i quali mi misero con forza a bordo di una camionetta e, sorvegliato a vista al suo interno, mi portarono, dopo essere usciti da un tunnel in direzione di Ancona, in uno stabile non bene identificato, ma che non aveva l’aria di essere un edificio militare, ma più che altro una semplice abitazione civile.

Fui tenuto circa una settimana al suo interno e interrogato di continuo da più persone, alle quali raccontavo la nostra avventura e i motivi che ci avevano spinto a perseguirla, chiedendo incessantemente che fine avevano fatto i miei amici, ma senza avere risposte.

L’ottavo giorno mi incazzai e dissi ad un tipo in borghese che mi stava interrogando per l’ennesima volta:

<<Voi volete ammazzare anche me, ma come farete a giustificare tre cadaveri?>>

Quel signore mi rispose che mi avrebbero lasciato libero a patto che la storia non fosse stata raccontata per nessun motivo e, nel caso l’avessi fatto, loro avrebbero fatto in modo di “smentirmi” in qualsiasi parte del Mondo mi sarei trovato e a patto che non avessi più contattato gli altri due.

Fui costretto ad accettare anche perché con quello che mi era stato detto, speravo di rivedere i miei amici e, dopo altri sette giorni di permanenza, mi venne consegnato del nuovo abbigliamento, 500.000 lire per le spese di ritorno a Milano ed una chiave.

Una sera, un’auto con un autista in borghese mi accompagnò alla stazione ferroviaria di Ancona dove presi un treno: ed il mattino successivo ero di fronte alla porta della mia abitazione di Milano che aprii con la chiave che mi era stata data ad Ancona.

All’interno della casa era tutto regolare e anche troppo pulita per le mie abitudini, capii facilmente che l’appartamento era stato sezionato e chissà quanti microfoni vi erano stati installati?!

Tornai, all’apparenza, alla mia vita di sempre, comportandomi senza far capire al prossimo il peso che avevo sullo stomaco per l’impossibilità di poter chiedere giustizia.

Dopo circa 15 giorni mi capitò un lavoro a Fatima in Portogallo, una cosa semplice, e dopo averlo svolto, iniziai dal Portogallo a fare delle telefonate al numero di Simone ad Ancona e a casa di Franco a Milano, ma i due numeri erano divenuti inesistenti.

Fu così che prenotai un volo aereo per il ritorno in Italia per la settimana successiva, ma poi partii con il treno e, dopo un’infinità di ore di viaggio, arrivai a Milano; presi un taxi che mi portò a casa di Franco, ma sul campanello di casa non c’era più il suo nome, bensì un altro.

Suonai alla porta e mi aprì un’anziana signora che mi disse di abitare lì da pochi giorni e di aver preso la casa in affitto da un’agenzia e di sentirsi fortunata di averla trovata così facilmente.

Sempre lo stesso giorno, presi il treno per Ancona ad arrivato in quella città mi recai in un piccolo albergo, dove il proprietario, dopo una forte mancia, non mi chiese il documento di identità. Mi riposai e il giorno successivo mi recai alla biblioteca Benincasa e iniziai a sfogliare i quotidiani dei mesi precedenti. Dopo un’affannosa ricerca, trovai una tremenda notizia: quella di un giovane senza documenti che era morto cadendo lungo il Passo del Lupo sul Conero; sul giornale c’era la foto del volto di Franco morto. Secondo il giornale quella foto anche se macabra sarebbe magari servita per riuscire a rintracciare qualcuno che conoscesse la vittima.

Piansi molto perché ebbi la conferma della sua morte; uscii dalla biblioteca e con un taxi andai a casa di Simone.

Qui ebbi un’altra amara sorpresa: la casa era in vendita; Chiesi ai vicinati se sapevano dove erano andati ad abitare Simone e Rita, ma nessuno sapeva niente.

Una signora mi consigliò di rivolgermi al figlio che abitava in centro. Mi recai nel quartiere che mi era stato indicato, ma di quel nom