NEPAL

"La valle di Katmandu"

Per anni ho ascoltato le storie di un temerario che si era recato in Nepal, poco dopo che erano state aperte le frontiere al turismo di massa. Il mio interesse era rivolto in particolare ai riti religiosi che in Nepal sono la base fondamentale della vita di tutti i giorni, essendo un paese dove si può praticare in libertà qualsiasi religione. Anche la possibilità di fare trekking ed ammirare le cime più alte del mondo mi interessava. Decisi così di partire, ed il mattino del 9 Marzo del 1983, stravolto dal viaggio, ero già a Katmandu. Il primo impatto curioso ce l'ho all'aeroporto; piccolissimo e costruito in buona parte in legno, con gli aerei ad elica parcheggiati ai bordi della pista, i doganieri che non si distinguono dalla gente comune, perché privi di divise o segni di riconoscimento. Proprio con un doganiere faccio la mia prima gaffe quando prende in mano il mio bagaglio. Pensando che sia qualcuno che vuole guadagnarsi una mancia gli “intimo" di attendere i miei comodi e con aria di sufficienza, una volta sistemate le mie cose, gli dico che se vuole può accompagnarmi all'uscita. Lui, sorridendo, mi segna con un gesso una fatidica X sullo zaino e mi dà il benvenuto in Nepal. Mi dirigo fuori dove circa 100 ragazzini mi assalgono per convincermi che l'albergo da loro indicato è pulito e costa meno degli altri. So dove andare e arrivo in taxi all'hotel ANNAPURNA GUEST HOUSE, proprio vicino al nuovo palazzo Reale (sinceramente devo dire che durante il percorso, vedendo quello che mi aspetta per le strade, mi pento un pò di aver affrontato quel viaggio da solo). Prendo possesso della stanza e mentre sistemo il bagaglio mi accorgo di essere controllato con sguardo da volpe dal proprietario dell'hotel. Ha visto una bottiglia di whiskey dentro il mio zaino e ora cerca di barattarlo con un paio d'etti di hascisc. Non accetto e capisco immediatamente come i nepalesi considerano i turisti occidentali. Quello stesso pomeriggio esco e girovagando per viuzze strettissime mi imbatto in un tipo che sta aspirando tabacco da una pipa di coccio. Mi nota a malapena ma in maniera sufficiente per chiedermi soldi, nel caso volessi fotografarlo. Nello stesso momento anche un gruppo di bambini (che non sono mai meno di 20) mi chiedono caramelle, gomme e denaro. Capisco che è impossibile rimanere un mese da quelle parti e girare con un esercito di bambini alle calcagna. E' giunto il momento di mimetizzarmi. Vestito come un nepalese (anche se si vede chiaramente che sono occidentale) riesco ad evitare in parte l'assalto di bambini e mendicanti. Dopo due giorni a Katmandu, vengo a sapere da un amico nepalese, Shrestha, proprietario di un negozio di tanka nel quartiere di Makhan Tole, che nel tempio della Dea Kali il giorno seguente sarebbero stati sacrificati centinaia di animali. Accompagnato da Shrestha, alle prime luci dell'alba parto per Dakshinkali che dista circa 25 Km da Katmandu. Arrivati sul posto vidi il famoso tempio fortificato situato in una piccola valle, nascosto da tre colline. Il tempio è dedicato alla terribile dea Kali, che esige dei regolari sacrifici, che si compiono il martedì in grande stile ed il sabato, offrendo alla Dea il sangue di polli, capre ed anatre. Centinaia di persone con la tipica calma orientale, con in mano una scodella contenente riso e petali di fiori, ed al cappio una capra, o sotto braccio un pollo; fanno la fila. Gli uomini da una parte e le donne dall'altra, in direzione del tempio all'aperto. Con fatica arrivo davanti al tempio dove vedo l'orribile scena: un lago di sangue ricopre il pavimento del tempio e davanti a tutti ci sono i “ macellai " coloro che a ripetizione sgozzano gli animali dirigendo lo zampillo di sangue verso l'immagine di Kali. Alle loro spalle in una eccitazione collettiva, i fedeli raccolgono in un recipiente quella linfa che sgorga dagli animali decapitati. Poi cospargono il sangue su delle foglie, le quali vengono deposte su un braciere ardente situato al centro del tempio. I nepalesi non ammazzano gli animali, solo la casta degli “intoccabili “ può farlo. I macellai fanno parte di questa casta e la popolazione nepalese, anche se non seguace della dea Kali, partecipa al rito per puro interesse alimentare. Non tutti Logicamente, ma molti come i macellai, uniscono l'utile al dilettevole, hanno carne fresca e nel frattempo saziano la terribile Dea con il sangue dei poveri animali. Poco più in la del tempio c'è un fiume dove gli animali uccisi vengono squartati e lavati nelle acque putride, per essere poi bolliti dentro a dei rudimentali pentoloni. Tutto attorno è “festa”, nessuno fa caso ai terribili odori che avvolgono l'ambiente. Dopo aver vissuto questa incredibile esperienza, torno a Katmandu. Bevo una birra in compagnia di Shrestha e mi separo da lui che torna al negozio lasciato in custodia a dei piccoli, intraprendenti bambini nepalesi, per mezza rupia a testa. Mentre vado a fotografare la terribile immagine di Natha, distante un centinaio di metri dal negozio di Shrestha, sempre nel quartiere di Makhan Tole. Natha è molto temuta dai nepalesi, che per prevenire la sua collera l'addobbano di fiori. Si presenta come una danzatrice, con in testa una collana di teschi umani e tra una delle sue sei braccia la testa recisa di Brahma. Natha, soppressa una parte della sua personalità, fa emergere quella più distruttiva nella forma della Dea Kalì che danza sul proprio cadavere. In Nepal la religione di stato è l'Induismo, ma anche il Buddismo ha la sua considerevole parte insieme all'induismo Nepalese, molto diverso da quello Indiano e perciò molto particolare. Inaspettatamente, camminando per le strade di Katmandu ed in particolare nel paese di Kirtipur, distante 4 Km. dalla capitale, si trovano molte rappresentazioni di Buddha accanto a quelle della Dea Kalì. E non è a caso che Buddha venga considerato dall'Induismo Nepalese la nona incarnazione di Vishnu. Per noi occidentali è una grossa contraddizione affianca- re l'immagine di colui che è l'essenza del distacco dalle vicende umane, alla divinità che rappresenta il mondo fenomenico ed il suo stimolo su di noi. Ma i nepalesi rispettano tutto e noi, anche se critici, non possiamo fare altro che cercare di capire. Un giorno decido di andare a visitare lo Stupa di Swayambhunath, che sovrasta da una collina la valle di Katmandu. Il monumento simboleggia l'universo coessenziato del Buddha, ed è il tempio più antico della valle, costruito 2.000 anni dopo la nascita di Buddha. Dopo una estenuante trattativa con il proprietario di un taxi a tre ruote arrivo nel villaggio ai piedi dello Stupa che viene anche comunemente chiamato il Tempio delle Scimmie. Il perché di questo nome è chiaro: la scalinata e lo Stupa sono sovraffollati da famiglie di Babbuini, che non aspettano altro che sentire scartare una caramella per saltarti addosso. Nel grande complesso di Swayambhunath, oltre allo Stupa con gli occhi di Buddha che vigilano misericordiosi sulla valle, al di sopra della semisfera simboleggiante il "Garbha", punto focale della creazione cioè la "Matrice", c'è il Monastero, costruito secondo i criteri occidentali e residenza dei monaci Cercando di non essere inopportuno mi avvicino a quel luogo con profondo rispetto. Un monaco mi invita ad assistere alla funzione in corso, mi tolgo le scarpe ed entro. Capisco ben poco di quello che sta accadendo, ma i canti ed i suoni che si propagano nella sala mi infondono calma e serenità, al punto da pensare che quella è una delle esperienze più belle della mia vita. A nord di Katmandu a circa 10 Km c'è un luogo sacro per i visnuisti: Budanilkantha, piccolo centro formato da rudimentali abitazioni e capanne con tetti di paglia. Nel mezzo della piazza c'è una grande vasca che forma un quadrato con all 'interno la statua di Vishnu che dorme in mezzo alle spire del serpente "Ananta"; il suo sonno può essere interrotto solo dagli Dei e solo in caso di grave pericolo. La visione del monumento religioso è proibita è proibita al Re del Nepal . Gli sarebbe letale, essendo lui stesso l'incarnazione dell'immagine di Vishnu dormiente. La stessa immagine di Vishnu avvolto dalle spire del serpente si trova anche a Balaju, a Katmandu, in un grande parco pieno di bellissime fontane, ma a differenza di Budanilkantha, questa immagine non è letale al Re del Nepal perché ne è la copia inoffensiva. Arrivo a Budanilkantha proprio mentre sta terminando una grande festa. Mi avvicino alla vasca da dove vedo la terribile immagine di Vishnu avvolto dalle spire del serpente, ma intorno c'è troppa animazione e non mi è consentito di avvicinarmi liberamente, perché dei fedeli stanno ponendo sul viso della statua una maschera di rame, mentre altri cospargono petali di fiori sul resto del corpo. Torno l'indomani di buon mattino, e mentre mi accingo a fotografare la statua nell'acqua vedo arrivare nella mia direzione un Guru con indosso solo un perizoma ed il corpo completamente marcato da strisce di colore. Il Guru, che in un primo momento sembra infastidito dalla mia presenza, emette strani lamenti ed inizia a praticare ai piedi della statua un rito religioso fatto con una sequenza incredibile di gesta, per noi senza senso ma di un fascino incredibile. Posso assistere a tutta la cerimonia indisturbato, tra il profumo degli incensi. Il giorno dopo vado a Patan, anticamente denominata "Latipur", cioè città della bellezza, urbanisticamente congiunta con Katmandu ma divisa dalla capitale dal fiume Bagmati. E' un città prevalentemente Buddista e possiede nel suo insediamento urbano un imponente complesso di palazzi, pagode e santuari. Qui la gente è diversa, più cordiale, ed il caffè praticamente imbevibile in tutto il Nepal) a Patan è talmente buono che assomiglia a quello dei bar della stazione Vittoria, a Londra. In questa città tutte le strutture sono interessanti. Assolutamente da vedere il tempio di "Krisbna Mandir" con dei bellissimi bassorilievi. Quello di "Mahabuddha", soffocato da palazzi di recente costruzione, ha in ogni mattone di terra cotta raffigurata l'immagine di Buddha (non ha caso viene chiamato "il tempio dei 1000 Buddha"). In piena Darbar Square c'è il tempio di "Degutala" costruito nel 160 secolo. Ci si trova sempre una massa di turisti occidentali che osservano le tante scene erotiche raffigurate nelle travi. La mia piccola guida mi indica il tempio a distanza, e quando stupito gli chiedo perché non mi accompagnava, mi rispose che la sua mamma non voleva che si avvicinasse a quel luogo. La sera rimango a cena nell'abitazione della mia guida, considerato dai genitori un ospite illustre (forse perché la mancia al piccolo era stata consistente) non posso di certo rifiutare 1 cibo che mi viene offerto, per il mio intestino sono guai. Dopo due giorni di assoluto riposo nella mia camera (si fa per dire) d'albergo, non ancora completamente in forma, stanco di spostarmi con i taxi a tre ruote o con i bus sempre affollatissimi, prendo a nolo una moto dopo aver pagato in anticipo e lasciato come pegno il passa- porto. Mi garantiscono che il carburante è sufficiente per lo spostamento che ho intenzione di fare. Parto per Bhaktapur, dopo appena 8 Km rimango a secco. Il problema non era tanto quello di spingere la moto (ci sono tanti bambini volenterosi e desiderosi di farlo pur di guadagnarsi una mancia) ma di riuscire ad individuare un distributore di benzina; praticamente impossibile scovarlo se qualcuno non ti accompagna. Trovata la pompa (che avrebbe fatto la fortuna di qualche collezionista occidentale) mi dirigo di nuovo verso la meta e dopo 20 minuti sono a Bhaktapur. Per ordine di grandezza è la terza città del Nepal, con il centro completamente pieno di templi. Mi fermo al tempio di "Nyatapola" costruito con ben 5 strati di terrazza e tetti; è quello più alto della valle, uno stupendo esempio di architettura Nepalese che condizionò persino le future costruzioni cinesi. Dopo un paio d'ore, mi allontano per la troppa confusione di turisti. Mi sposto nei sobborghi, percorro in moto stradine larghe due metri dove ai bordi stagnano acque nere, con i bambini che ci giocano dentro. La gente cerca di fermarmi per chiedermi l'elemosina. Ad un tratto, per colpa di una brutta manovra, vado a finire con una gamba dentro ad una fogna a cielo aperto. Circondato da questi poveretti (alcuni di loro vestiti con degli stracci), termino la mia scorta di sigarette americane e di tutti gli spiccioli. L'importante era aver salvato la macchina fotografica ed il grosso dei soldi che abitualmente tengo negli slip. La sera torno a Katmandu, consegno la moto e, ripreso il passaporto, torno in albergo pensando (arrivato oramai al quindicesimo giorno di permanenza) se continuare o meno a visitare le zone adiacenti a Katmandu. Potrei anche partire per Pokhara e visitare poi Il resto. Il mattino dopo saluto il gestore del mio albergo ("a mai più") ed alle 6,30 sono a bordo di un bus diretto a Pokhara. Il bus, molto variopinto e pieno di scritte e pennacchi colorati, ha la caratteristica comune a tuffi i bus indiani e nepalesi: i finestrini rotti ma è di ottima qualità ed in più "espresso". Lungo il percorso ogni curva è un'incognita e noi viaggiatori, seppur di razze e fedi diverse e con diversi scopi di viaggio, ci sentiamo uniti da un senso di fratellanza tipica dei frati francescani. Anche il paesaggio, stupendo, passa in secondo piano rispetto alla vista delle carcasse delle auto e dei bus simili al nostro, precipitati lungo le scarpate ai bordi della strada. Duecento Km di curve a gomito e buche terribili. Dopo otto ore di viaggio il bus arriva a destinazione ma prima di cercare un albergo vado a chiedere se per il ritorno c'è la possibilità di prendere un aereo; quando vedo l'aereo, però, penso che in fondo è meglio rischiare con il bus e stravolto mi trascino verso il primo albergo che vedo. Logicamente è il più caro di Pokhara ma anche il più pulito: nella camera c'è persino la doccia con acqua calda. Fu quel giorno che il mio corpo riscopri l'igiene. L'albergo, gestito da una ragazza tedesca che ha sposato un nepalese, si trova sulla riva del lago di Pokhara e la sua struttura è decisamente occidentale, non sembra proprio di soggiornare in un albergo nepalese se non fosse per le piante di marijuana che crescono rigogliose nel giardino. Il cognato della ragazza tedesca "Jogi", un ex attivista dell'estrema sinistra nepalese che nel 1991 aveva vinto le prime elezioni libere in Nepal, è proprietario di una grande agenzia di trekking. Lo convinco ad organizzare assieme ad altri tre italiani un percorso in direzione di un villaggio in alta montagna. Un mattino, armati di tanta voglia di camminare, partiamo ammassati con altri ospiti, dieci persone più l'autista, in una Land Rover semidistrutta. Dopo un tragitto di due ore attraverso sentieri, fiumi e tante buche, arrivati sotto una montagna scendiamo per proseguire a piedi. Con noi c'è anche un ragazzo, scopriamo poi che è un altro fratello di Jogi, e che si è offerto di portare gli zaini; non era di certo un nuovo sherpa ma ne aveva tutte le caratteristiche. Magrissimo, con il mio walkman sempre acceso, un borsettone in mano e due zaini sulle spalle, va spedito come un treno e noi facciamo una fatica terribile a stargli dietro. Ogni tanto lo fermo con scuse banali per prendere fiato; lui, invece, mi chiede sigarette e, fumando, prosegue senza problemi.

Il tragitto è stupendo. Percorriamo sentieri millenari attraverso delle stupende coltivazioni a gradoni, incontriamo viandanti di ogni genere, pronti a salutarti con il loro sorridente "Namaste" saluto tipico nepalese dai molti significati: buon giorno, buona sera, come va, piacere di conoscervi, ecc. ecc.. Incontriamo anche un gruppo di ragazze che scendono a valle, ognuna di loro porta sulla schiena un cesto sorretto da una corda appoggiata sulla testa. L' una tipica usanza nepalese, i cesti contengono terra rossa che serve alla gente del posto per pavimentare le proprie abitazioni: bagnata con l'acqua diventa come un cemento che praticamente sostituisce le nostre piastrelle. Tra una sosta ed un'altra impieghiamo circa cinque ore per coprire il percorso. A metà pomeriggio arriviamo in un villaggio chiamato, mi sembra, "Naudanda". Da qui si ha la sensazione di poter toccare la catena Himalayana, con in primo piano il "Maccha Pukhar". Siamo praticamente arrivati a destinazione, proseguire non è possibile senza l'attrezzatura adeguata. La voglia di andare avanti è tanta, ma mi passa quando vedo arrivare al villaggio un ragazzo giapponese che sta molto male, il male di montagna che prende chi troppo velocemente raggiunge le alte quote. Raggiungo l'unico rifugio del posto, una costruzione con il tetto di ardesia con all'interno alcuni letti di legno e nel piano sottostante una cucina di terracotta con intorno dei tavoli; era l'ideale, perché mi ero messo in testa di rimanere in quel luogo almeno per altri due giorni. La sera, mentre bevo del the in compagnia, il sole inizia a tramontare; saluto tutti e mi dirigo verso un'altura da dove posso ammirare il piccolo villaggio con sullo sfondo la catena Himalayana. Mi siedo ad osservare la cima del Maccha Pukhar ancora intensamente illuminata dal sole e con lo sguardo fisso ascolto il vocio del vento che a piccole raffiche mi procura dei brividi per tutto il corpo, nessun altro rumore se non quello del vento sulle foglie. Ti vengono in mente la famiglia lontana, l'esistenza di Dio... . Osservando quello spettacolo viene naturale pensare che Dio esista, chi mai se non Lui può aver ideato e creato quelle cime… ma quando il buio sommerge tutto ti ritrovi subito a contatto con la dura realtà quotidiana. Tra una riflessione ed un'altra mi ritrovo nel buio più completo, con delle serie difficoltà a ritrovare il sentiero che porta al villaggio, difficilmente rintracciabile perché privo di illuminazione elettrica. Una piccola luce man mano che mi avvicino diventa sempre più grande. Arrivo sul posto vedo che è un piccolo lume a petrolio che serve ad un gruppo di ragazze per lavare delle stoviglie in terra (in queste zone non esiste detersivo e le donne usano del terriccio per sgrassare le stoviglie). Mi fermo ad osservarle e loro, tra una risatina ed uno sghignazzo, terminato il lavoro spengono il lume; in un attimo il villaggio piomba nel buio più completo ed io vedo le stelle più grandi e più luminose della mia vita. Tutto il villaggio dorme e a malincuore mi avvio verso quell'angusta camera senza finestre e mi addormento nel mio sacco a pelo su un letto di legno. La notte passa velocemente ed il mattino un vocio accompagnato da urla e suoni di campanacci mi sveglia bruscamente, per un attimo faccio fatica a capire dove mi trovo, la mia testa è molto confusa, sono molto provato. Un secchio d'acqua appoggiato in terra, mi lavo il viso e torno alla realtà. Poi scendo in strada ritrovandomi in mezzo ad un folto gruppo di abitanti delle montagne i quali dopo una breve sosta sarebbero scesi a valle per vendere le loro mercanzie. Sono accompagnati dalle famiglie e da una infinità di capre, vendono di tutto. Uno svizzero, uno del mio gruppo, compra una collana di corallo di circa quattro etti di peso, pensando di aver fatto il più grosso affare della sua vita; quando me lo mostra ridendo gli dico che in Nepal il mare non c'è e che quella collana, risparmiando, l'avrebbe potuta acquistare anche a Chiasso. Lo svizzero corre in cerca dei montanari ma al loro posto trova solo le cacche delle capre. Non è il solo ad essere imbrogliato, molti altri che considerano i montanari degli idioti, racimolano statuente di plastica, oro ed argento falso. Solo chi acquista hascisc non rimane deluso... Un giorno di assoluto riposo e il mattino seguente esco di buon'ora per andare a piedi verso un altro villaggio, credo si chiamasse “Kaski”. Vedo una scuola, mi stupisce trovarla in mezzo a quelle montagne, si chiama Mabendra Primary School. Entro e vedo dei ragazzini seduti su delle tavole che ascoltano il loro maestro. L'insegnante, molto cordiale, interrompe la lezione per essere fotografato con la scolaresca, in quell'angusta sede. Poi mi presenta un registro per apporvi la mia firma, indicandomi di segnare accanto la somma che intendevo versare per contribuire alla costruzione della nuova scuola. Mi fa capire con delicatezza che se non fosse per i turisti, quella scuola non esisterebbe neppure. Quell'ennesimo contributo alleggerisce ulteriormente i miei fondi ed è così che al mio ritorno in albergo metto all'asta i miei vestiti occidentali. Per tutto il pomeriggio, tra un the ed una pacca sulle spalle, molti nepalesi fanno la fila per fare affari. Vendo persino una piccola macchina fotografica ed alla fine mi restano soltanto un paio jeans ed una maglietta per tornare in Italia. Anche lo svizzero si mette in fila con i nepalesi, vuole barattare un paio di jeans con la sua collana di corallo tibetano, ma io lo tratto male. Alleggerito di tanto peso ma con il portafoglio gonfio, offro da bere per festeggiare l'avvenimento, senza fare i conti con i 18 gradi della birra nepalese che quella sera ci riduce tutti in uno stato pietoso. Il mattino successivo, con molte difficoltà, parto alla buon'ora. Il ritorno è fantastico, oltre ad essere tutto in discesa il sentiero passa attraverso paesaggi immersi tra le felci. Dopo dodici ore di cammino arrivo a Pokhara intenzionato a ripartire il giorno dopo per Katmandu. Alle 6 del mattino infatti sono a bordo del fatidico bus espresso per katmandu che nel tardo pomeriggio raggiunge la capitale nepalese; mi rimangono a disposizione pochi giorni e ancora devo visitare alcuni luoghi importanti. Dopo aver confermato alla Royal Air Nepal il mio ritorno, faccio una piccola siesta e vado nel quartiere di Makhan Toll da Sherestha, dove Maria, una ragazza europea che avevo conosciuto, sapendo che ero sempre alla ricerca di situazioni da fotografare, mi dice che quella sera in una piazza ci sarà il festeggiamento di un matrimonio di alcune coppie dell'alta borghesia nepalese. Secondo Maria era difficile poter assistere ma io e lei assieme, forse potevamo farcela. Maria non voleva tornare a vivere in Europa , avrebbe voluto sposare un nepalese ricco per poter vivere agiatamente in Nepal. E questa per lei è un'occasione da non lasciarsi sfuggire. Decidiamo così di provarci, mentre Shrestha, dandoci dei pazzi, si rifiuta tassativamente di accompagnarci. Ci presentiamo all'ingresso della grande tenda, Maria conosce perfettamente cinque lingue e riesce a mia insaputa (me lo dirà dopo) a farmi passare per un grande fotografo conosciuto in tutto il mondo. Il responsabile della festa ci accoglie come ospiti d’onore. Veniamo presentati agli sposi, splendidi nei loro costumi orientali, e mentre Maria, quella sera più bella che mai, balIa con un gruppo di giovani rampolli-bene, il sottoscritto, come un cretino, per non destare sospetti scatta continuamente foto a spose ed invitati. Maria, ad un certo punto, trova il tempo di dirmi di non chiedere di ballare a nessuna ragazza da marito, perché se l'invito fosse stato accettato, mi sarei certamente compromesso. Rimango alla festa fino a tardi, non vedo più Maria, ed alle 3 di notte, ubriaco di distillato di riso, saluto tutti allontanandomi. L'ultima maglietta occidentale che ho addosso si è completamente sporcata con l'olio che viene usato come combustibile per i lumi dei templi. Lungo la strada me la tolgo e la baratto con una corsa di risciò che mi riporta in albergo. Il pomeriggio del giorno dopo vado a Boudhnath, dove c'è il più grande Stupa del Nepal. In questo luogo sono rifugiati in gran parte, profughi tibetani scappati dalla loro terra dopo l'invasione delle truppe Cinesi. Nel tempio c'è anche la residenza del Chay Lama, rappresentante in Nepal del Dalai Lama anche lui profugo, ma in Ladahk. Oggi i tibetani per sopravvivere sono costretti a vendere articoli artigianali ai turisti ed ai fedeli che si recano allo Stupa. Il grande Stupa di Boudhnath è talmente grande e maestoso che sotto l'elemento semisferico (Garbha) c'è una combinazione di scale, passaggi e terrazze che consentono l'accesso a chiunque, turisti compresi. Sopra il Garbha si erige il grande cubo su cui sono disegnati nelle quattro direzioni gli occhi di Buddha. Uno sguardo gelido e penetrante, visibile da centinaia di metri. Alla base dello Stupa i fedeli percorro- no a piedi, girando in senso orario e facendo girare con la mano le ruote della preghiera per tutta la lunghezza del tempio. Attorno un'infinità di negozi e ristoranti. Quella sera rimango a cena in un localino del luogo. Mi accomodo ed ordino una minestra. Ne assaggio un pò e scopro che nella tazza c'è un ospite (uno scarafaggio). Irritato, chiamo il cameriere che stupito dell'accaduto, tra mille scuse, cerca con un cucchiaio di far saltar fuori dalla tazza l'animale. Sempre più arrabbiato gli dico che quella minestra non la voglio più. Il cameriere porta via la tazza, scompare in cucina e torna dopo un attimo con un'altra tazza di minestra (logicamente la stessa). Rimane molto male quando pago e me ne vado borbottando frasi che non capisce. La sera torno a Katmandu, il giorno seguente sarebbe stato l'ultimo di permanenza in Nepal e quindi voglio visitare il Tempio Induista di Pashupatinath, tra i più sacri del paese dedicato a Shiva nella forma di "Animale Signore" cioè Gazzella. Il mattino, sempre con il fatidico taxi a tre ruote, arrivo a Pashupatinath che dista sette Km da Katmandu. Arrivo sul posto, la prima cosa che noto è del fumo. Scendo dal taxi e facendomi largo tra una miriade di persone mi dirigo verso quello strano falò e man mano che mi avvicino si fa sempre più denso e dall'odore più acre. Vedo che proviene dalla riva del fiume Bagmati, fiume sacro per gli induisti perché affluente del fiume Gange, dove su quattro piazzole di pietra si stanno eseguendo delle cremazioni. In quella parte della riva del fiume, vengono bruciati i mendicanti, quelli che vivono per le strade e dormono nei templi. Non avendo parenti o amici che possano garantire l'acquisto della legna, vengono bruciati su quella avanzata dalle precedenti cremazioni. La scena mi angoscia. Resto ancora più sconvolto nel vedere, dopo che le ceneri sono state buttate in acqua, degli uomini cercare tra i resti umani qualche possibile reperto "prezioso" come i denti d'oro dei defunti. Scatto delle foto e me ne vado perché comincio ad avere dei fastidi allo stomaco, ho respirato per troppo tempo odori pazzeschi. Attraverso il ponte sul fiume, ed alla mia sinistra cioè sulla riva destra, vedo il maestoso santuario di Pashupatinath con i tetti ricoperti completamente di bronzo dorato ed i portali rivestiti di argento. Attorno al santuario pullulano templi costruiti da generazioni di fedeli che hanno lasciato il loro anonimo ricordo di un passaggio terreno. Provo ad entrare nel tempio ma vengo subito allontanato perché l'ingresso al santuario è permesso solo agli induisti. Riattraverso il ponte e mi siedo sulla riva sinistra ad osservare le strane vicende che si susseguono sulla scalinata ai piedi del santuario, praticamente a pochi metri dal mio punto d'osservazione. Proprio sulla scalinata vedo la cosa più sconcertante che la mia mente ricordi. Un Sant'uomo infilava le mani dentro un buco formatosi per la mancanza di una pietra delle scale. Da questo buco estrae di continuo delle tazze di latte che offre ai fedeli. Per me, all'inizio, è una cerimonia come tante, ma quando le tazze di latte che vengono estratte cominciano ad essere tante, mi metto ad osservare la scena con più attenzione e con il teleobiettivo. Il sant'uomo (così definito da chi mi sta accanto) non finisce mai di estrarre latte e la scena va avanti per circa un'ora. Poi, tutto ad un tratto, dalle fessure delle scale inizia ad uscire del liquido bianco che si riversa sulle acque del fiume cd i fedeli, in una eccitazione collettiva, prendono con le mani quel liquido per portarselo alla bocca. Poco dopo, il tratto del fiume diventa completamente bianco, mentre il liquido continua a scendere in grande quantità. Non credevo ai miei occhi, anche oggi penso sempre a quella scena, convinto di avere assistito a qualcosa di inspiegabile. Magia o finzione ? Da dove veniva tutto quel latte, chi lo aveva messo tra le pietre della scalinata ? Nelle ore successive, spostandomi di poco posso osservare e fotografare i poveretti che in punto di morte o già cadaveri vengono adagiati sulla scalinata del tempio. Seguo i preparativi per i funerali ed assisto anche alla cremazione di un ufficiale dell'esercito nepalese, una cerimonia in grande stile a cui partecipa anche la banda dell'esercito, che suona mentre il fuoco brucia il corpo. Solo nel tardo pomeriggio torna la calma a Pashupatinath, e mentre il sole va oramai verso il tramonto, con i suoi raggi dipinge di rosso intenso il tempio ed i visi di chi ancora si aggira nella zona: accompagnato dai canti che echeggiano dal tempio, mi allontano da quel luogo di morte e dagli odori forti. Sono triste, ho assistito a troppe scene inquietanti, quasi dimenticandomi che il giorno seguente sarei tornato a casa. Non voglio terminare il mio soggiorno in Nepal con Pashupatinath. Torno a Katmandu, preparo i miei bagagli lasciando per la prima volta la macchina fotografica in albergo e vado a Freak Street per acquistare marijuana. I venditori non credono ai loro occhi, me l'avevano proposta per un mese ed io l'avevo puntualmente rifiutata. Ma l'ultima sera è diverso. Vado al Cosmopolitan, fumeria legale e ritrovo di sballoni provenienti da tutte le parti del Mondo: mi unisco a loro e mi rilasso completamente. Passo la notte a ridere in compagnia ma il giorno dopo sono di nuovo triste. Sto lasciando un paese che mi ha fatto vivere bellissime esperienze, non tutte positive ma sempre esperienze.

Nel Nepal sono tornato nel 1 991 dopo otto anni di assenza, trovando Katmandu come altre città orientali: caotica ed inquinata dalla eccessiva circolazione stradale, ma complessivamente poco cambiata nel modo di vita: chi era povero è rimasto tale ed i ricchi sempre più ricchi. Gli amici nepalesi con mogli e figli e tutti grassi. Nel quartiere Freak Street i commercianti parlano anche italiano e la droga non si vende più alla luce del sole, ma come in una qualsiasi città europea, i negozi di fotografia che stampano le foto in un'ora e poi i negozi che vendono abbigliamento occidentale. Tuttavia il Nepal resiste ancora al richiamo occidentale. E' ancora legato alle tradizioni anche se il sovrano regna su una popolazione che nelle prime elezioni libere del Paese (1991) si è espresso a favore del Partito Comunista Nepalese da poco uscito dalla clandestinità.

                                                                                              Aldo Forlani

 

 

 

 

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