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Ladakh il piccolo
Tibet
La parola Ladakh :
La vuol dire passo e dakh paese, cioè il Paese dei passi. E’ un immenso
altopiano desertico con qualche rigogliosissima oasi verde sparsa qua e là.
Incastonato a 4000 metri di altezza fra Himalaya e Karakorum, il Ladakh è la
regione indiana più settentrionale. Bloccato dalla neve da novembre a
luglio, ritorna in contatto con il Mondo solo all’inizio dell’estate, quando
percorrendo l’unica via di accesso: la strada nazionale ( ne esiste una
militare aperta recentemente, più breve) che parte da Srinagar ed arriva a
Leh, dopo aver percorso 450 Km. ed aver superato passi alti fino a 5600
metri. Complessivamente partendo da New Delhi, in situazioni normali si
impiegano tre giorni per coprire tutto il percorso. La strada è molto
pericolosa e l’unica nota positiva è che la percorrenza del viaggio serve
per acclimatarsi e una volta arrivati non si subisce il trauma del percorso
aereo, con cui si arriva troppo velocemente alle alte quote. In uno scenario
senza eguali, vivono gli eredi di un’antica stirpe di monaci tibetani, la
cui cultura è rimasta immutata nei tempi. Un’ antico proverbio tibetano che
si sente ripetere spesso nei villaggi dice: “In questa valle non possono
penetrare che gli spiriti maligni e i migliori amici ” il proverbio risale
ad oltre 1500 anni fa, ma chi lo ha pronunciato per la prima volta, non
poteva certo immaginare che gli spiriti maligni si potessero materializzare
e trasformarsi in un esercito di 5000 uomini comandati dal generale Zorawar
Singh, i quali il 16 agosto del 1834 invasero il Ladakh e deposero il Re
sottomettendo il Paese al dominio del maharaja Do Jammu e alle rigide leggi
dell’Islam. Poi vennero gli inglesi e dopo appena due anni che la bandiera
indiana si era sostituita alla Union Jack; i pakistani ne approfittarono per
portarsi via una fetta di territorio. A chiudere i conti ci pensò il
presidente Mao nel 1962 stanco di limitarsi alle sole pressioni
diplomatiche, per rivedere la linea Mac Mahon, mandò giù l’esercito fino a
Kargil, per poi ritirarlo nell’altopiano dell’Aksai Chin, nell’alto Indo,
dove ora è fissata la frontiera cinese. Dal 1959 in seguito all’invasione
cinese del Tibet il Dalai-Lama capo, supremo del buddismo tibetano è profugo
con la sua gente nella regione del Ladakh, e risiede a pochi Km dalla
capitale. Le minacce di guerra non sono un ricordo lontano, perché nel
Kashmir la guerra civile imperversa dal 1988 mietendo decine di migliaia di
vittime e di fatto, il Ladakh rischia di rimanere isolato dall’India, se mai
il conflitto assumesse proporzioni superiori alle attuali. Ecco perché per
giungere alla piccola capitale Leh è consigliabile un volo aereo diretto da
New Delhi ed una volta arrivati a destinazione trascorrete un paio di giorni
di riposo per acclimatavi. Nella capitale la prima cosa che noterete sono i
nove piani del Glechen Palkhar, il palazzo reale costruito nel 17° secolo
che domina la città dall’alto della collina, oggi il palazzo è patrimonio
dell’Unesco. Sopra il palazzo c’è il Tsemo Gompa, il monastero di Leh che
costudisce una gigantesca statua del Buddha Maitreya. A Leh c’è una
cooperativa di taxi ben organizzata dove potete rivolgervi per essere
accompagnati in qualsiasi posto, come ad esempio il Gompa Tikse oppure il
Gompa di Hemis situati a pochi chilometri da Leh. Più lontano c’è To Trak
Tok Gompa dove il 19 – 20 luglio si svolge il famoso festival buddista che
richiama i fedeli da tutta la regione. Il Ladakh è una regione dove l’estate
è un susseguirsi di manifestazioni religiose, perché i lunghi inverni che la
popolazione trascorre con i propri animali in case senza finestre per poter
così resistere al gelo; sono i baluardi di un popolo poverissimo, ma magico
e sempre più minacciato da un processo di occidentalizzazione superiore alle
sue forze. Aldo Forlani

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